MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer https://mixfestival.eu Il festival di cinema LGBTQ di riferimento per la comunità queer. Fri, 24 Sep 2021 08:03:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.9 https://mixfestival.eu/wp-content/uploads/2021/06/cropped-logo_mix_144-144-32x32.png MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer https://mixfestival.eu 32 32 Tutti i premi al 35° MiX Festival https://mixfestival.eu/tutti-i-premi-al-35-mix-festival/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=tutti-i-premi-al-35-mix-festival Mon, 20 Sep 2021 07:05:11 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6783 L'articolo Tutti i premi al 35° MiX Festival proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Un’edizione all’insegna del sold out e dobbiamo ringraziare soprattutto il nostro pubblico, voi che ogni anno partecipate in maniera così numerosa siete l’anima del More Love e parte stessa del MiX. 

Ora è il momento di “tirare le somme” e annunciarvi tutti i film vincitori del 35° MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer.

Pront*? Parola alla giuria!

 

Premio MiX/Nexo+

Per la tenerezza e la delicatezza con cui la regia di Katie Found riesce ad affrontare temi complessi e dolorosi, quali l’abbandono, il suicidio, la crescita, le prime volte, i propri sentimenti, l’io, l’altro.

Il film ci racconta i sentimenti di un’estate, che hanno il sapore familiare del periodo più magico dell’anno in cui sogni, speranze e amori sembrano più veri che mai; il periodo in cui il mondo non si estende oltre il nostro sguardo, gli altri si identificano con la persona amata e le cose davvero importanti sono “solo” i sentimenti che crescono in noi.

Il Premio MiX/Nexo+ al Miglior Lungometraggio a Regia Giovanile va a “My First Summer” di Katie Found.

Premio MiX/laF

Il Premio MiX/laF va a “Gabi between ages 8 and 13” di Engeli Broberg per il suo linguaggio semplice ed immediato, per l’avvincente – e produttivamente impegnativa – narrazione, che copre temporalmente 5 anni di vita, e per il suo messaggio fortemente educativo e proiettato nel futuro.

Gabi ha la forza di essere quello che è contro tutti i preconcetti, i pregiudizi e le convinzioni imposte dalla società, ed in questo percorso è accompagnato dalla sua famiglia, che lo supporta e ascolta costantemente, come tutte le famiglie dovrebbero fare, lasciandoci intravedere un mondo sempre più pronto e inclusivo.

Menzione Speciale Sceneggiatura

Per la grazia con cui attraversa la relazione fra due generazioni distanti di gay – distanti dal punto di vista generazionale, ma anche sociale, economico, geografico.

Per la capacità di risignificare l’archetipo della relazione fra padre e figlio, sfondando il tabù dell’incesto, la menzione speciale della giuria va a “Sublet” di Eytan Fox.

Premio Miglior Sceneggiatura

Per la capacità di indagare in modo critico, ed empatico, le molteplici e conflittuali declinazioni del rapporto col materno, mettendo in scena due donne che hanno vissuto tempi diversi e vite diverse.

La madre ha lottato contro la dittatura, imprigionata e torturata, ha perso un figlio. La figlia, lesbica, nata anni dopo, sta per avere un figlio con la sua compagna.

Per aver saputo smascherare le insidie nel nostro desiderio di genitorialità all’interno del sistema eterosessuale e capitalista, il premio per la migliore sceneggiatura della 35ª edizione del MiX Festival va a “Aos Nossos Filhos” di Maria de Medeiros.

Menzione Speciale Cortometraggi

Il rossetto provato da bambina che diventa parte di lei, lo scambio di energie quando conosce qualcuno che le piace, gli omofobi che diventano lupi, i ragazzi che spariscono dalla sua vita in un soffio di vento, la rinascita in un giardino dai caratteri edenici. Queste sono solo alcune delle metafore semplici ed efficaci che questo corto animato utilizza per mostrarci i sentimenti della protagonista.

Per aver mostrato in modo delicato, semplice e d’impatto il percorso di transizione di una persona e le sfide che deve affrontare con il mondo esterno e per aver detto una verità tanto semplice quanto necessaria, ovvero che una ragazza trans è e può scegliere di vivere come una ragazza qualunque, vince la menzione speciale il cortometraggio “All Those Sensations in my Belly” di Marko Dješka.

Premio Miglior Cortometraggio

“Che spreco”, “è una fase passeggera”, “come fate l’amore, chi fa l’uomo?”, “come crescerà un bambino di una coppia omosessuale?” Tutti quanti nella nostra vita ci siamo sentiti fare commenti e domande di questo tipo, ed è quello che succede anche alle protagoniste di questo corto e non solo all’inizio della loro storia, ma a ogni traguardo della loro relazione. In un quarto d’ora siamo immersi nella descrizione completa e sincera della storia di una coppia omosessuale che combatte per i propri diritti. Adottando il punto di vista di Marie, il cortometraggio ci obbliga a identificarci con lei e a vivere attraverso lo sguardo, il sorriso, le espressioni e i piccoli gesti della sua compagna Camille l’ansia del coming out alla madre, la gioia per la nascita del figlio, l’esultanza per l’elezione di Hollande del 2012 e per la legalizzazione dei matrimoni per le coppie omosessuali in Francia nel 2013, meno di dieci anni fa.

Per questi motivi, per averci fatto sorridere, commuovere e riflettere su quanto il mondo sia cambiato in così poco tempo e su quanto ancora possa cambiare, e per aver raccontato una storia dal carattere universale della comunità LGBTQI+ vince il premio miglior cortometraggio “Camille et moi” di Marie Cogné.

Menzione speciale Documentari

Per l’incredibile uso dei materiali di archivio, invisibile e preziosi, e la musica che accompagna tutto il film, in forte risonanza con gli anni che documenta.

E anche per l’importanza dell’attivismo di oggi, su temi come il razzismo l’antisemitismo e l’omo lesbo bi transfobia.

La giuria ha deciso di assegnare la menzione speciale al film “Rebel Dykes” di Harri Shanahan e Sian Williams.

Premio Miglior Documentario

La giuria ha deciso di premiare questo film per essersi preso il tempo necessario a crescere con il protagonista, mostrando il suo innato coraggio. Per aver saputo raccontare con la forza visuale del cinema e, infine, perché bisogna sapere mostrare senza spiegare.

La giuria ha deciso di premiare il film “Cosas que no hacemos (Things We Dare Not Do)” di Bruno Santamaria.

Menzioni speciali Lungometraggi

Per l’urgenza del tema della transfobia in un contesto particolarmente ostile dal punto di vista culturale, sociale e burocratico, come il Brasile di questi anni.

La menzione speciale va a “Valentina” di Cássio Pereira dos Santos.

Per la capacità di mettere lo spettatore al centro del film, portandolo a interrogarsi in modo non aprioristico, attraverso il tema della gestazione per altri, sul rapporto con la disabilità e l’alterità e sul conflitto tra etica e autoproiezione.

La menzione speciale va a “The Surrogate” di Jeremy Hersh.

Premio Miglior Lungometraggio

Per la capacità di affrontare un evento di cronaca disturbante in modo originale. Il film decostruisce il caso in blocchi tematici e formali, con una forza concettuale che sa approdare anche a esiti poetici.

Il premio al miglior lungometraggio va a “Feast” di Tim Leyendekker.

Premio del pubblico

Ogni anno, grazie all’app del MiX Festival è il pubblico a decidere il vincitore di questo premio che ci permette di capire quali siano i vostri gusti per migliorare sempre di più le proposte cinematografiche del festival.

Vince il premio del pubblico della 35^ edizione del MiX Festival “Sublet” di Eytan Fox.

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Intervista MiX a Pulsee grazie a Gay.it https://mixfestival.eu/intervista-mix-a-pulsee-grazie-a-gay-it/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=intervista-mix-a-pulsee-grazie-a-gay-it Wed, 15 Sep 2021 08:54:57 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6751 L'articolo Intervista MiX a Pulsee grazie a Gay.it proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Siamo orgoglios* di avere con noi per il secondo anno consecutivo Pulsee, fornitore di energia (luce e gas), che per il 35° MiX Festival diventa main sponsor dell’evento grazie anche alla collaborazione con Gay.it che ha intervistato per noi Alicia Lubrani, Chief Marketing Officer dell’azienda.

Se sei curios* dei motivi che hanno spinto questa collaborazione, ti invitiamo a leggere l’impegno trasversale che Pulsee attua nei confronti della nostra comunità “di tutti i colori”.

Ci racconti la vostra iniziativa con Casa Arcobaleno?

L’iniziativa rientra in una strategia più ampia, che raccoglie nel format Pride Year una serie di azioni mirate e concrete costruite per dare forma alla nostra vicinanza ed il nostro sostegno nei confronti dei temi e della comunità LGBTQ+. Temi che per noi meritano un’attenzione costante, continuativa, non limitata a iniziative sporadiche. Quindi abbiamo deciso di rilanciare e, poco prima dell’estate, abbiamo appunto inaugurato il primo Pride Year, un Pride che vive tutto l’anno. Vivrà diversi momenti sia a livello digitale che fisico e, tra le tante iniziative di cui ci vogliamo farci portatori, abbiamo scelto di sposare la causa di Casa Arcobaleno e di sostenere l’impegno di Spazio Aperto Servizi. Credo rappresenti molto bene la nostra voglia di fare la differenza – una differenza concreta – anche su questi temi, vicini ai nostri giovani per sostenere un modello di società dove le discriminazioni non hanno cittadinanza.
Lo abbiamo fatto con pragmatismo e affiancando il nostro servizio al sostegno. Fino alla fine di giugno del prossimo anno, per ogni nuovo contratto sottoscritto con Pulsee (qualora comprenda sia luce che gas) doneremo 20 euro al progetto, sperando di poter contribuire in modo davvero unico a questa campagna e a questo importantissimo strumento di supporto per chiunque viva in situazioni di fragilità a causa delle discriminazioni.

Alicia Lubrani

Cosa ha spinto Pulsee a dialogare con la comunità LGBTQ+?

Pulsee nasce come fornitore di energia innovativo, digitale e green, capace di leggere e accogliere le istanze positive delle comunità in cui opera. Ci proponiamo come l’energia che si evolve con le persone, che considera la diversità una ricchezza e l’inclusività un valore ed è per questo che, sin dalla nostra nascita, quasi un paio di anni fa, abbiamo voluto immediatamente esprimere questa dimensione più profonda del nostro modo di vivere la missione aziendale, mettendo in campo da subito iniziative e azioni a sostegno dei valori della community. È un’attenzione che esprimiamo anche nei piccoli gesti come l’utilizzo del linguaggio gender neutral su tutti i nostri canali di comunicazione, compreso il sito web.

Quando e come è nata l’idea di essere presenti su questo tema?

È nata con il brand stesso. È l’essenza del nostro modo di essere. Vogliamo dare alla comunità in cui operiamo la possibilità di fare una scelta all’insegna della modernità, rimarcando il nostro impegno verso l’inclusività e contro ogni discriminazione. Si parla sempre moltissimo di sostenibilità, riferendola nello specifico alle tematiche green e di rispetto per l’ambiente. Anche Pulsee nasce per proporre soluzioni di energia completamente rinnovabili e anche per abbattere la propria impronta inquinante sul pianeta, ma per noi essere sostenibili significa molto di più. Essere sostenibili significa anche avere a cuore e essere promotori dei valori positivi dell’ecosistema sociale in cui viviamo. Ed è per questo che già ad un anno dalla nascita di Pulsee abbiamo voluto testimoniare la nostra attenzione e, causa le restrizioni e i limiti alla possibilità di incontri fisici, abbiamo organizzato la prima Digital Parade, iniziativa completamente digital e social che è stato il nostro personalissimo modo di celebrare la nostra energia “di tutti i colori” coinvolgendo le persone tramite un’attivazione che ha riscosso un grande successo.

Cosa avete trovato nel MiX Festival del 2020, sia pur in versione ridotta causa Covid?

Crediamo molto in questo festival, che è un appuntamento storico nel calendario delle iniziative di Milano e tra quelli dedicati alla community LGBTQ+. Lo scorso anno per noi è stato quello inaugurale di questa partnership, mentre per questo secondo abbiamo voluto rilanciare rafforzando la nostra presenza e diventando main partner dell’iniziativa. Siamo profondamente convinti che se quei valori di inclusività, attenzione e sensibilità nei confronti di tutti, senza discriminazioni, passano da momenti culturali come il MiX Festival, diventa più facile farne parlare e portarli all’attenzione di un pubblico sempre più vasto. Questo sistema di valori che condividiamo con gli organizzatori del Festival va oltre le limitazioni e le riduzioni che la pandemia ha inevitabilmente portato anche per le kermesse culturali.

Cosa vi aspettata dal MiX 2021?

Che quella di quest’anno possa essere l’edizione di ripartenza definitiva del format e che sia sempre più frequentato e vissuto di persona. Abbiamo tutti il bisogno profondo e intimo di riprendere a frequentare luoghi e persone, di riprendere a partecipare, a condividere, a vivere. Siamo sicuri che questa edizione supererà anche quelle precedenti, con la contaminazione tra cinema e musica che è stata messa in scaletta per l’edizione 2021, ma soprattutto con l’entusiasmo e la partecipazione che saprà assicurare. Un momento importante per la cultura milanese, nazionale e per il nostro Pride Year.

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Intervista MiX a Flying Tiger Copenaghen https://mixfestival.eu/intervista-mix-a-flying-tiger-copenaghen/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=intervista-mix-a-flying-tiger-copenaghen Fri, 27 Aug 2021 13:17:16 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6133 L'articolo Intervista MiX a Flying Tiger Copenaghen proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Flying Tiger Copenhagen, design store danese, è orgogliosa di annunciare la sua presenza in qualità di sponsor ufficiale del MiX Festival.

Se sei curios* dei motivi che hanno spinto questa collaborazione, il co-direttore artistico Andrea Ferrari ha intervistato Olga Porcu, HR Manager oltre che volontaria al MiX da anni. L’azienda e il suo team, con questa nuova e importante partnership, confermano il loro impegno verso le tematiche di Diversity & Inclusion.

È il primo anno che Flying Tiger Copenaghen è sponsor ufficiale del MiX Festival e siamo felici di accogliervi nella nostra grande famiglia… Cosa vi ha spinto a supportarci?

L’incontro tra MiX Festival e Flying Tiger nasce per una serie fortunata di connessioni e sono orgogliosa di esserne stata l’artefice: come volontaria collaboro con il MiX Festival da vari anni, inoltre da qualche mese ho iniziato a lavorare per Flying Tiger

Appena entrata in questa azienda decisamente unconventional, sono rimasta (favorevolmente) colpita dal clima che si respira al suo interno ma soprattutto mi sono sentita rappresentata dai suoi valori, che sono orientati principalmente al favorire l’inclusione e al valorizzare la diversità, considerata una ricchezza.

Ho pensato quindi che fosse l’azienda perfetta per supportare il MiX e non mi sbagliavo: appena accennata alle colleghe e ai colleghi la possibilità di un incontro, c’è stata da subito grande collaborazione e l’idea è stata accolta con entusiasmo anche da Copenhagen!

Infatti, l’azienda è attenta da sempre ai temi dell’uguaglianza e dei pari diritti, mira a costruire una cultura inclusiva in cui staff e clienti possano sentirsi a proprio agio, liber* di esprimere la propria unicità e liber* da qualsiasi pregiudizio o costrizione. 

In quest’ottica quindi si inserisce perfettamente la partnership con MiX Festival che rappresenta per Flying Tiger Copenhagen un importante momento di condivisione dei propri valori.

Tra l’altro siamo molto felici che la nuova venue di Palazzo Reale venga nominata “Flying Tiger MiX Young Arena”. Sarà un luogo in cui respirare un clima di divertimento, colore e rilassatezza, anche queste caratteristiche che ci avvicinano al festival e che rappresentano il leitmotiv della collaborazione.

Olga Porcu HR Flying Tiger Copenaghen

Quali azioni mette in atto Flying Tiger Copenaghen all’interno della propria struttura organizzativa e al di fuori, con i propri partner a sostegno sella comunità LGBTQ+?

Per prima cosa negli ultimi gli anni cerchiamo di supportare almeno un Pride in Italia regalando al coordinamento quanti più possibili gadget Rainbow per le manifestazioni della città scelta. L’abbiamo già fatto varie volte con Bergamo, Padova e Roma.

In ogni caso, a prescindere dal Pride, diamo continuità alle cause in cui crediamo e che ci rappresentano durante tutto l’anno, in Flying Tiger infatti sono varie le iniziative di formazione sui temi della Diversity & Inclusion, a 360°, progettate sia internamente sia collaborando anche con enti e associazioni esterne che promuovono queste iniziative.

Da Flying Tiger Copenhagen non lavoriamo unicamente per creare oggetti dal bell’aspetto, lavoriamo per far star bene le persone e proprio per questo realizziamo prodotti straordinari per la vita di tutti i giorni, che siano alla portata di tutt* e fatti per essere condivisi. 

Perché i veri valori non stanno in ciò che possediamo ma nelle esperienze che condividiamo.

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Donne che amano le donne https://mixfestival.eu/donne-che-amano-le-donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=donne-che-amano-le-donne Tue, 13 Jul 2021 20:15:51 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6094 L'articolo Donne che amano le donne proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Partiamo dal presupposto che odio l’estate. Odio il caldo, le foto delle spiagge e dei tramonti nelle storie, quell’imposizione socialmente coatta al divertimento, alla felicità. E ancora di più odio gli amori estivi, quelli che sanno di menta, mango, maracuja ma che durano il tempo di un ghiacciolo al sole. Belli fino ai diciotto anni, quando ne hai trenta mica tanto.

Per questa estate, noi del MiX non vi offriamo una playlist estiva. Di quella, non ne avete bisogno. Preferiamo piuttosto regalarvi una playlist intima, fatta di sentimenti dalle sfumature autunnali, che poi è la stagione del MiX quest’anno. Una playlist tutta al femminile, di donne che amano altre donne, di artiste che sto ascoltando molto in questi mesi: la rappresentazione lesbo sta vivendo un grande momento nella musica pop, mi sembrava giusto metterlo in risalto in questa breve carrellata musicale.

Amianto” di ARIETE

Secondo un refrain ricorrente nella discografia mainstream, fare coming out e parlare di amore omoromantico allontanerebbe a priori gli artisti dal pubblico ampio. Arianna Del Giaccio, in arte ARIETE, è la dimostrazione del contrario. 18 anni, amata dai giovanissimi, con la sua musica da cameretta, fatta di suoni lo-fi e di sentimenti quotidiani, scrive canzoni d’amore per ragazze. Un impegno di integrità e trasparenza. “Amianto” è una traccia che non può mancare in una playlist anti-estiva.

Siamo amanti come l'amianto, un po' soffriamo se ci stiamo accanto

La descrizione di un amore tossico, la consapevolezza dolorosa di stare insieme pur sapendo di non andare bene l’uno con l’altro.

Birthday” di Disclosure, Syd Barrett & Kehlan

Un duetto speciale, quello messo insieme dai Disclosure in “Birthday”. Syd Barrett, membro dell’ormai storico collettivo Old Future nonché front woman della band losangelina The Internet, trova Kehlani, che ha di recente fatto coming out, su di un pezzo morbido ed erotico. Una seducente storia d’amore R&B, il sentimento che rimane, la fiamma che si riaccende… Divertente sì, ma non sempre così saggio

Posso chiamarti il giorno del tuo compleanno solo per assicurarmi che tu stia bene? O preferiresti che se diventassi un fantasma e ti lasciassi andare per la tua strada?

Io decisamente la seconda, non so voi!

Eugene” di Arlo Parks

Voce rivelazione del pop inglese, Arlo Parks sa come scrivere di emozioni complesse con sincerità e grazia, anche quando si tratta di descrivere un sentimento non corrisposto per una ragazza eterosessuale. In un tweet Parks ha spiegato che “Eugene” è stata ispirata da una poesia scritta «alle 3 del mattino sull’autobus notturno», come capita a metà di noi almeno una volta all’anno, sbronzi sulla novanta. Da segnalare anche Green Eye, in cui augura una buona vita ad una ex a disagio nel mostrare dimostrazioni di affetto in pubblico «Non potevo tenermi la mano in pubblico, sentivo i loro occhi giudicare il nostro amore».

Non potevo tenermi la mano in pubblico, sentivo i loro occhi giudicare il nostro amore

Come quando fuori piove” di Voodoo Kid

Malinconia e introspezione in “Come quando fuori piove” di Voodoo Kid, il progetto solista di Marianna Pluda, che in questa traccia ritorna su quella logorante ossessione che si accompagna illogica a certe fasi dell’amore. 

Ma dimmi, dove vai, quando piove, che cosa fai, se la notte mi pensi mai, se stasera ritornerai

Il tutto su un tappeto musicale che Marta Blumi Tripodi definisce «un sofisticato amalgama di pop ed elettronica, dalle atmosfere rarefatte e delicate, ma allo stesso tempo ricchissime di riferimenti ad altri artisti e tradizioni».

Sofia” di Clairo

In “Sofia”, Clairo parla delle prime cotte per donne viste in tv o sui media, come la regista Sofia Coppola o l’attrice Sofia Vergara. Una canzone piena di momenti intimi, onesti e banali. Programmaticamente banali. «Tutti l’hanno fatto», scrivere cose ordinarie e prevedibili sull’amore, «ma per me, è come se non l’avessi mai fatto e questa è una canzone banale su una donna. Voglio essere banale». Ti capisco, cara Clairo. Desidero esserlo anche io!

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Mostre queer di ieri e di oggi https://mixfestival.eu/mostre-queer-di-ieri-e-di-oggi/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=mostre-queer-di-ieri-e-di-oggi Wed, 07 Jul 2021 06:15:54 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6082 L'articolo Mostre queer di ieri e di oggi proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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In un anno di pandemia che ha ridefinito le logiche del mondo artistico, è inevitabile una riflessione sociale e politica. Ma anche la situazione politica porta ha una riflessione nel mondo artistico, basti pensare al movimento Black lives matter e al Ddl Zan. 

L’ambito artistico, compresi gli eventi culturali, è stato uno dei settori più colpiti: se ne riconosce il valore fondamentale ma è reduce di un pensiero politico che lo vede come un oggetto fine a se stesso. L’arte è invece uno strumento che riflette e permette una riflessione su ciò che ci circonda

Ripercorriamo insieme alcune mostre queer recenti e passate per indicare il loro valore in senso politico.

Pride by your side

Una mostra da tener sott’occhio per chi ama l’arte queer è la seconda edizione di “Pride by your side” organizzata dalla FMB gallery art di Roma aperta fino al 31 luglio 2021.

L’idea nasce da Francesco Maria Boni, proprietario della FMB Art Gallery di Roma, con l’obiettivo di dare visibilità alla comunità LGBTQIA+.

Quest’ anno, a differenza del 2020 che ha visto l’esposizione collocata nella virtualità, la mostra sarà ibrida tra online e spazi fisici.  L’iniziativa coinvolge anche la galleria Afnakafna e un locale espositivo di Freeda

Di particolare rilievo è il coinvolgimento di tutte le discipline artistiche – dalla pittura alla videoarte –  quindi  l’apertura a chiunque sia interessato alle forme artistiche a tutto tondo. 

Il centro del progetto riguarda i termini “orgoglio”, “identità, “diversità”, “amore”, “sesso”, “sessualità” e “favolosità”. Proprio sulla parola “favolosità” la galleria ha voluto mettere un accento con l’intento di indagarne l’essenza.

La FMB Art Gallery di Roma, Oltre a dare la visibilità alla comunità LGBTQIA+, dona  il suo ricavato alle associazioni di beneficenza, tra cui l’associazione PLUS – Persone Lgbt Sieropositive

Queeriodiclas

Un’altra mostra recente che ha parlato della comunità queer è stata nel 2017 organizzata dalla Biblioteca Sormani di Milano con il titolo Queeriodiclas. Editoria periodica LGBT dal 1870 ad oggi”, che celebra attivist*  che si sono occupat* di editoria

La mostra era composta da 100 riviste internazionali e nazionali per ripercorre la storia della comunità partendo partendo dalle sue origini, con le prime riviste omofobiche tedesche di fine ‘800, agli inizi del XXI secolo.

Le riviste ci offrono spaccato di vita reale che indagano quali modelli iconografici venivano utilizzati dalla comunità queer attraverso la rappresentazione dei costumi sessuali e dei desideri dell’epoca. Si potevano trovare le prime riviste dellla comunità lesbica e il primo numero del “Fuori!”, rivista del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano del 1977. 

Tutta la collezione delle riviste è di Luca Locati Luciani che ha collaborato con Giovanni Dell’Orto nella curatela della mostra insieme a Marco Albertini di M.arte produzioni (che ringraziamo per averci inviato l’invito utilizzato per la mostra).

La mostra ha l’obiettivo di fare scoprire un settore che è stato messo in crisi con l’avvento della digitalizzazione. 

La novità della mostra è che è stata organizzata per la prima volta all’interno di luoghi istituzionali.

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Tutta la verità. Nero su bianco https://mixfestival.eu/tutta-la-verita-nero-su-bianco/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=tutta-la-verita-nero-su-bianco Thu, 10 Jun 2021 06:41:59 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6061 L'articolo Tutta la verità. Nero su bianco proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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“Smettila di dire bugie” è questo il presupposto da cui è partito l’autore del romanzo: “Non mentirmi”. Il mestiere dello scrittore per certi versi consiste nel dire bugie, ciò consente di inventare mondi fantastici, immaginare fatti irreali.

Ma in questo libro Philippe Besson dà voce al suo passato: raccoglie le forze e si mette a nudo consegnandoci la sua storia d’amore più importante, per la prima volta nero su bianco.

Una storia d’amore breve e travolgente

Tra le pagine Philippe, autore e co-protagonista del romanzo, ci accompagna nella sua adolescenza in una piccola città francese a metà degli anni 80, quando l’omosessualità è un tabù e l’aids il “cancro gay”. Qui, all’ultimo anno di liceo, conosce Thomas.

Philippe è di buona famiglia, pronto a onorare le alte aspettative riposte in lui: studi brillanti, grandi prospettive di carriera. Thomas è introverso e solitario con un’apparente sicurezza imperturbabile, ma troppo fragile e tormentato per accettare la sua vera natura. E con un destino già inequivocabilmente segnato: lavorare nell’attività agricola di famiglia.

Diversi, eppure magnetici. Forse perché alla fine tanto diversi non sono, entrambi si sentono “fuori posto”, di non appartenere a quel luogo. In futuro Philippe si riscatterà, mentre Thomas rimarrà a guardare. A pensarci bene questo libro non racconta solo di una breve, seppur travolgente, storia d’amore adolescenziale, ma ci offre due percorsi di vita opposti. E ci fa riflettere, ci fa scegliere.

La battaglia interiore di Thomas

Un cauto interesse reciproco avvicina i due liceali, poi le prime esperienze sessuali e la voragine di nuove sensazioni: il desiderio, le infinite possibilità di fronte a sé l’emancipazione da una adolescenza che stava scomparendo. E così inizia una relazione che si consuma nell’assoluta segretezza in luoghi nascosti quanto insoliti, come un capannone sperduto o un vecchio ripostiglio abbandonato. Ma è un amore che deve fare i conti con la battaglia interiore di Thomas: l’ansia di essere sbagliato, la paura di essere visto, o forse la paura di essere felice. Un sentimento sconosciuto e spaventoso, presto censurato.

Non resisterà. La vita li porta a fare scelte molto diverse e quell’amore clandestino non è destinato ad esprimersi.

Dopo un quarto di secolo…

25 anni dopo Philippe è un noto scrittore che viaggia il mondo per raccontare i suoi romanzi. Un incontro casuale risveglia la memoria di Thomas, che in realtà è sempre stata lì: nella sua mente, nelle sue opere. Un momento unico, rivelatorio, che fornisce ipotesi a interrogativi lasciati per tanto tempo senza risposta. Troppo. La possibilità di riallacciare un rapporto si presenta violentemente davanti a Philippe, ma come si ricomincia dopo un quarto di secolo? La vita ci cambia e ci trasforma, ci ostiniamo a confermare le nostre decisioni, a giustificare le nostre scelte, ad aspettare occasioni che non capitano. 

Philippe Besson

Un romanzo senza filtri

Credo che la potenza di questo romanzo stia proprio nella sua autenticità: non ci sono epiloghi da favola o finali romanzati ma la descrizione puntuale di una esperienza pura, senza filtri, senza nascondersi dietro personaggi fittizi. La scrittura è scorrevole e istintiva, ma allo stesso tempo contiene i dettagli e l’emotività spiazzante di chi quell’amore incompiuto, l’ha vissuto sulla propria pelle.

Un’autobiografia di solo 150 pagine, snella ed essenziale, eppure ogni parola è al suo posto: né più né meno per raccontare una storia, che potrebbe essere quella di ognuno di noi. Finalmente senza più bugie.

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ArciLesbica citata da Pillon a RAI Radio1: la nemesi perfetta https://mixfestival.eu/arcilesbica-citata-da-pillon-a-rai-radio1-la-nemesi-perfetta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=arcilesbica-citata-da-pillon-a-rai-radio1-la-nemesi-perfetta Wed, 02 Jun 2021 16:52:55 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6051 L'articolo ArciLesbica citata da Pillon a RAI Radio1: la nemesi perfetta proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Inizialmente ho scelto il silenzio perché troppo veniva detto sul DDL Zan in una confusione mediatica che ben rappresenta la cattiva informazione che ormai circola in Italia. Nel silenzio ho però letto con attenzione critica il DDL Zan, il discorso che lo proponeva al dibattito alla Camera, il manifesto “degli uomini e delle donne di sinistra” e qualsiasi altra informazione diretta (e non riportata da altri e altre) sull’argomento. E poi ho scelto di appoggiare pienamente la lotta per l’approvazione del DDL Zan. Le mie letture sono state attente e, sinceramente, volte alla ricerca di una qualsiasi falla che rendesse il DDL Zan lesivo dei miei diritti di donna e di lesbica. Non ne ho trovate, né ho trovato alcun riferimento alla GPA (seppure citata nel suddetto “manifesto”) e quindi non ho remore a definire il manifesto pretestuoso e fuorviante. 

Sono una lesbofemminista radicale, ne sono orgogliosa e non lo sono diventata negli ultimi anni per il gusto di essere “contro”: lo sono da trenta anni e una tale definizione stabilisce inderogabilmente la mia identità più profonda che ha permeato ogni mia azione politica, personale e persino professionale. Sono “addirittura” separatista e nonostante ciò (o grazie proprio alla mia formazione e ai miei riferimenti politici e culturali) da anni co-dirigo un Festival del Cinema come il MiX che fa della diversità inclusiva e intersezionale il suo vanto. E allora mi chiedo: ma dov’è quel femminismo consapevole che abbatteva gli stereotipi e voleva distruggere i canoni culturali patriarcali che da secoli mortificano e uccidono la diversità delle donne? Che fine ha fatto il lesbofemminismo inclusivo che voleva costruire un mondo diverso e rispettoso della diversità, soprattutto della diversità delle minoranze? Come fa chi si proclama femminista radicale a non partire dal corpo quando è da lì che siamo partite? Si può oggi negare in maniera così cieca l’esistenza di uomini e donne che non si riconoscono nel corpo in cui sono nati e nate? E se non esiste una tale negazione come vogliamo definirla se non “identità di genere”? In quale delle due parole come donna (e lesbica) mi dovrei sentire offesa: “identità” o “genere”?  Non di certo “identità” perché il femminismo è nato come una politica identitaria e solo alcuni dei nuovi femminismi hanno poi virato dall’identità alla soggettività.  Allora “genere”, ma ogni parola ha un suo significato (finché non lo cambiamo perché non più adeguato ai tempi)  e se la definizione comune di “sesso” è “Il complesso dei caratteri anatomici e fisiologici che, negli organismi a riproduzione sessuale, contraddistinguono i maschi e le femmine della stessa specie”, quella di “genere” è “Il maschile e il femminile, intesi come risultante di un complesso di modelli culturali e sociali che caratterizzano ciascuno dei due sessi e ne condizionano il ruolo e il comportamento”. Cosa, nell’utilizzo di questo vocabolo, dovrebbe offendermi e in che modo mi cancella come donna (e lesbica)? 

Non accetterò mai che qualcuno o qualcuna mi definisca “cis-donna” per distinguermi da altre identità ma non negherò mai a nessun essere umano il diritto all’autodeterminazione e la libertà all’autodefinizione. Il diritto all’autodeterminazione della donna è stato invece negato dalla legge 40/2004 e mi sarebbe molto piaciuto che la levata di scudi di uomini e donne, femministe e non, si fosse levata non contro il DDL Zan ma contro quella legge o a favore dei referendum abrogativi dell’anno successivo (per i quali non si raggiunse il quorum e proprio noi donne e questi uomini “di sinistra” che così numerosi firmano un manifesto pretestuoso, dovremmo assumercene la responsabilità). È questa legge che permette in Italia la “gestazione per altri” solo a una casta di eterosessuali e uomini gay economicamente facoltosi portando spesso al mercimonio del corpo delle donne. Ma ricordiamo che è la stessa legge che vieta a due lesbiche di procedere alla fecondazione assistita in Italia creando anche in questo caso una casta di lesbiche che possono permettersi di andare a praticarla all’estero.

Da lesbofemminista radicale, ritengo che la voglia spasmodica di riprodursi “a propria immagine e somiglianza” debba essere oggetto di ampia riflessione antropologica ed etica ma ancora una volta è proprio la mia cultura a proibirmi di voler determinare i desideri degli altri e delle altre imponendo loro le mie categorie ideologiche. Domando però a tutti e a tutte perché il dibattito aspro ed escludente sulla GPA non sfoci in una più sana alleanza – congrua peraltro alla riflessione che auspicavo – per lottare insieme contro l’articolo 6 della “Nuova legge sulle adozioni e sugli affidi” che cita espressamente “L’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio”. E ancor più per antitesi mi offende (e dovrebbe offenderci tutti e tutte) l’articolo 2 della stessa legge che invece prevede che l’affido di un minore possa essere effettuato presso “un’altra famiglia, possibilmente con figli minori, o ad una persona singola, o ad una comunità di tipo familiare” e quindi anche a lesbiche e gay. Si può di conseguenza essere “madri” e “padri” temporanei, insieme o singolarmente, di minori provenienti da famiglie in difficoltà ma non si può esserlo per sempre. Si può quindi “tappare un buco” ma non si viene ritenuti e ritenute strutturalmente affidabili.

Ma nel titolo citavo ArciLesbica e non voglio farlo in maniera sommaria, escludente ed offensiva ovvero come lo fa la maggioranza di un movimento LGBTQ+ che, al pari del femminismo e del lesbofemminismo radicale, era invece nato per lottare insieme CONTRO l’annullamento delle diversità e non A FAVORE di un pensiero unico ed omologante.  In genere amo le voci dissonanti, le ascolto con maggior piacere perché credo che aggiungano al mio pensiero elementi diversi e quindi preziosi. Non è il caso di ArciLesbica che, da quando è nata come associazione, ha perseguito in maniera scientifica e aberrante il sensazionalismo spicciolo; condito da citazioni di rilievo, espresso con un vocabolario esteso e circostanziato, eppure sempre sensazionalismo e sempre spicciolo, avente come unico obiettivo quello di andare sui giornali, di fare clamore… Di essere citate da RAI Radio 1 in una delle sue trasmissioni più seguite e poco importa se a farlo è un individuo come Simone Pillon. E invece a me importa. E mi importa perché io ricordo come è nata e come ha agito ArciLesbica dal 1996 ad oggi: ora autoproclamatasi neo-femministe radicali e perfino separatiste, sono invece nate contro il lesbofemminismo radicale e separatista che a quei tempi rappresentava la maggioranza anzi l’unica espressione del lesbismo in Italia. Erano convinte allora o lo sono oggi? Mah… Temo che non sia una questione di convinzioni politiche ma di mero potere (ma quale potere e soprattutto per fare cosa?) e di un grave problema di incapacità di recepire nel profondo la distinzione tra le categorie di delega e rappresentanza la cui comprensione deve essere invece un punto fermo per chiunque voglia partecipare a un movimento spontaneista e autonomo come mi auguro il movimento LGBTQ+ resti per sempre.  

Non può esistere “la” voce del movimento ma solo “le” voci del movimento e questo mi piace ribadirlo ad ArciLesbica ma anche a chi pensa di avere il diritto di escludere dal movimento proprio ArciLesbica. O di imbrattare le loro saracinesche. 

L'articolo ArciLesbica citata da Pillon a RAI Radio1: la nemesi perfetta proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Non si combatte il crimine senza calzamaglia https://mixfestival.eu/non-si-combatte-il-crimine-senza-calzamaglia/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=non-si-combatte-il-crimine-senza-calzamaglia https://mixfestival.eu/non-si-combatte-il-crimine-senza-calzamaglia/#respond Thu, 27 May 2021 15:31:37 +0000 https://mixfestival.eu/?p=6005 L'articolo Non si combatte il crimine senza calzamaglia proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Un rapido sguardo dei video che YouTube mi consiglia è sufficiente per capire che cosa faccia da sottofondo alla mia quotidianità: Trixie Mattel che cucina una torta col dolce forno di Barbie, le strategie migliori dell’ultimo gioco online per cui ho sviluppato dipendenza, spiegazioni sull’ingiustizia ermeneutica for dummie e, naturalmente, la classica playlist pronta per la doccia.

Tra le sue canzoni non mancano mai riferimenti a Drag Race e Lady gaga; sarà per questo che mi capita spesso di sentire “Babylon” nella versione con gli spezzoni di Pose, la cui ultima stagione sto attendendo con ansia, come ormai ben sa l’algoritmo.

Algoritmi e scoperte: “Legendary” e “Queerz!”

E proprio i consigli di YouTube mi portano a scoprire il programma di HBO Legendary, una competizione tra le house che si sfidano a colpi di fashion, vogue e face. Nel giro di un’oretta mi ritrovo a recuperare tutte le performance della prima stagione e arrivo alla sfida tra il duo Makaylah-Packrat della House 007 e la coppia Lolita Leopard-Honey della House Lanvin. Tralasciando lo slogamento di mandibola per lo stupore causato dalla bravura che dimostrano le protagoniste e i protagonisti della scena ballroom, sono estasiato dai loro costumi in tema supereroistico, come richiesto dalla puntata, data la mia passione per il fumetto.

Ormai, preso dalla fame chimica da spettacolo, apro Instagram per cercare i profili dei e delle performer. Neanche a farlo apposta trovo un post del fumettista Isa Happyfield che presenta una delle pagine dell’ultima sua fatica a fumetti, “Queerz!”, con i protagonisti mentre si cimentano nel voguing. Il samsara dell’animo nerd e dell’emozione scatenatami da Legendary si chiude perfettamente.

Queerz! Vogue

Qualcosa che manca tra gli ingredienti dell’eroismo

Quando pensiamo ai superpoteri, le prime figure che ci vengono in mente sono Superman, Batman e tutta la cricca degli Avengers su cui la Marvel ha realizzato il famoso cinematic universe ancora in corso, corredato da serie televisive e archi narrativi incrociati. E, purtroppo, tra i supereroi e le supereroine divenut* popolari, i personaggi e le personagge queer scarseggiano. Certo, si può parlare di Deadpool, ma la sua bisessualità non viene molto affrontata nei film. Tra poco invece uscirà il film di “Eternals” e, lì, non si potrà fare a meno di parlare della famiglia del supereroe Phastos con suo marito e suo figlio. 

Ci si potrebbe accontentare, ma nei fumetti le squadre eroiche sono sempre più queer perciò è giusto avere delle aspettative di maggiore rappresentazione LGBTQ+ nei film che si ispirano a essi, soprattutto quando esistono serie come “Pride” di Joe Glass o “Queerz!” di Isa Happyfield dove le crew supereroistiche sono composte solo da membri della comunità. Se ci sono quelle composte solo da persone cisgender ed eterosessuali, è legittimo creare squadre di persone non necessariamente cis o eterosessuali.

Eroismo queer

Proprio per una mancanza di questo aspetto nel mercato fumettistico mainstream, avvicinarsi a una serie come “Queerz!” è stato per me naturalissimo. A maggior ragione quando le pagine vengono diffuse sui social network dallo stesso autore gratuitamente, in una curiosa versione fruibile contemporaneamente in giapponese e in inglese.

Queer protagonist* della storia

La serie ha come protagonista Harvey, un adolescente che finisce nella gay street della città e scopre di avere l’abilità di vedere le persone queer attorno a lui, riconoscendole da un aureola arcobaleno. Per quanto i suoi amici parlino di quel quartiere come abitato da “anomalie”, non trova stranezze nelle persone che lo circondano. Presa consapevolezza che le “anomalie” non sono altro che persone comuni, sulla testa di Harvey si accende un’aureola monocolore. Spaventato dalla situazione e fermato da un ragazzo che vuole portarlo “sulla retta via”, ha la fortuna di essere salvato da Twinkie Camp, un ragazzo con il potere della gayness, che lo porta da Mama Jay Rainbow, madre della House of Rainbow.

Da quel momento Twinkie assolverà il ruolo di guida mostrando a Harvey la bellezza della comunità queer: lo porterà nel club dove si esibisce nel voguing assieme ai Queerz, un team di eroi ed eroine LGBTQ+ basato sugli stereotipi:

  • la drag queen Absolutely Fabulous,
  • il nerd bishonen Ck-Gogo,
  • l’orso Teddy Wolf,
  • la lesbica Carlo Butch e
  • il feticista Tommy Finland.

Harvey si sorprende di non essere solo in questo mondo in quanto queer e inizia ad accettarsi, entrando a tutti gli effetti nella squadra.

Gayness VS Ignorance

Come ogni fumetto supereroistico che si rispetti, esistono dei malvagi: i Sette Ignoranti sono la controparte dei Queerz, il loro potere, chiamato “ignoranza”, è contrario alla gayness ed è rappresentato da ansie, sospetti, paure e posizioni contro il progresso

Il germoglio dell’ignoranza: l’odio per il se diverso

Ogni membro del team rappresenta un baluardo da difendere ma contemporaneamente un motivo per odiarsi:

  • l’insegnante Elton vuole allontanare le persone queer in quanto potrebbero influenzare i bambini ma si è omologato alla struttura eterocispatriarcale perché soffre di omofobia interiorizzata,
  • il cacciatore Zachary vede il mondo in bianco e nero in quanto crede che le persone abbiano solo il ruolo di procreare ma così nega che i suoi genitori adottivi siano la sua famiglia, e
  • la curatrice museale Lucille crede che le impurità storiche debbano essere eliminate ma ha sviluppato la paura di non essere ricordata per le sue idee artistiche e si è sottratta dal proseguire con la sua passione.

Il team Queerz saprà tenere testa a queste ignoranti convinzioni e, grazie alla dialettica, addirittura riuscirà a liberare i propri nemici dalla prigione che non permette loro di provare amore per se stess*.

Vignette VS realtà

Quello che più salta all’occhio dalla lettura è l’acume con cui l’autore riesce a parlare di attualità attraverso le vignette. A partire dalla mostra della cultura queer tramite gli stereotipi e calando il punto di vista di chi legge in quello di Harvey, in parte mi sono sentito catapultat* in una realtà semisconosciuta, dall’altra ho trovato molti riferimenti culturali pop contemporanei. Il clubbing, le ballroom, il vogue, gli stereotipi che i/le personagg* stess* incarnano sono ben rappresentati, in modo sfaccettato e semplice.

Sconfiggere l’ignoranza

Le parole tuttavia hanno un’importanza cruciale: abbinate all’empatia, il team Queerz sconfigge le proprie nemesi proprio grazie all’uso di ragionamenti verbalizzati che distruggono le credenze dei Sette Ignoranti. Tra queste disquisizioni viene messo in discussione

  • il genere in quanto costrutto sociale,
  • l’abnegazione per non essere un problema per la società perché si scontra col diventare un problema per se stess* e con il mancato raggiungimento della propria felicità,
  • i ruoli sociali fissati dalla biologia dato che vanno contro l’adattabilità, caratteristica fondamentale per la sopravvivenza,
  • i legami di sangue come unici rapporti da rispettare quando un uomo e una donna, prima di diventare genitori, non hanno questo tipo di rapporto,
  • il momento della vita in cui fare coming out, non necessariamente in tenera età o durante la giovinezza,
  • l’evoluzione dei singoli poiché possibile solo su base dell’evoluzione dell’intelligenza collettiva,
  • l’assenza della comunità queer nella storia piuttosto dovuta all’invisibilizzazione applicata in maniera sistematica da parte del sistema eterocispatriarcale.

Insomma, i Sette Ignoranti sembrano composti dalla tribù di Pillon, con l’unica differenza che si ritrovano “costretti” ad ascoltare e ad accettare la diversità, anche in se stess*. Le argomentazioni dei Sette Ignoranti sono molto attuali e affini a quelle delle persone omolesbobitransfobiche.

Nella speranza che il DDL Zan arrivi alla sua totale approvazione, non mi dispiacerebbe proprio l’esistenza del team Queerz! E riprendendo dal meme con Niency Nash nella serie televisiva Reno 911 – se “non puoi combattere il crimine senza essere carin*” – allora non è meglio essere carin* in una calzamaglia glamour per combattere i crimini d’odio?
Io mi preparo per sfoggiarla al Pride e, chissà, magari imparerò anche qualche mossa di vogue nel mentre!

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Musica oltre il binarismo di genere https://mixfestival.eu/musica-oltre-il-binarismo-di-genere/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=musica-oltre-il-binarismo-di-genere Wed, 19 May 2021 07:55:40 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5955 L'articolo Musica oltre il binarismo di genere proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Nel pensare a un articolo che facesse un po’ il punto sulle identità non binarie nel panorama musicale, mi sono reso conto che il discorso sarebbe stato ampio e molto articolato da trattare nelle mie due cartelle mensili qui sul BlogMiX. Già soltanto nel fare una lista superficiale dei primi nomi che mi sono venuti in mente – ve ne riporto alcuni, giusto per farvi avere un’idea: Sam Smith, King Princess, Princess Nokia, Keiynan Lonsdale, Mykki Blanco, Big Freedia – mi sono reso conto della diversa di esperienze, della trasversalità di pubblico, di genere e di produzioni, che avrei dovuto affrontare. Horror vacui, il panico da pretesa di esaustività… Ho rimandato per circa un mese e dieci giorni. 
Ho provato allora a restringere il campo in base ai miei gusti e agli ascolti più recenti, cercando di individuare artist* che riuscissero a restituire la complessità ideologica del vissuto non binario all’interno della loro produzione musicale. Ho selezionato quindi cinque artist* non binary, divers* tra loro ma accomunat* dalla capacità di trasportare l’esperienza di persone gender nonconforming a un livello di sperimentazione estetica e musicale. Da questa selezione – parziale e personalissima – sembra emergere un modello caratterizzato da un estremo eclettismo, capace di piegare e adattare strumenti e messaggi al mutamento del corpo e della consapevolezza, di riproporre in musica quell’esperienza di ricerca di una dimensione autodeterminate tipica del non binarismo, il rifiuto e il superamento di modalità espressive rigide ed escludenti.

Arca

Quando si parla di nonbinary e gender nonconforming nell’industria musicale, ci sono dei nomi obbligatori. Uno tra questi è Alejandra Ghersi, producer conosciuta come Arca. Fin dal debutto nel 2011, la sua costante è stata il gusto per la decostruzione, per la fusione artistica dei generi e l’identità in continuo mutamento. Lei stessa racconta che la parola “arca, in spagnolo antico, rimanda a un contenitore cerimoniale per gioielli e oggetti di valore, uno spazio vuoto a cui possono essere attribuiti qualsiasi musica, qualsiasi significato. Arca ha sempre contenuto moltitudini. In ogni fase della sua carriera ha fatto un passo in avanti sia dal punto di vista artistico che personale: dal mondo ipnotico e avvolgente di “Mutant”, alla nudità oscura, dolorosa e brutale di “Arca” fino allo statement di “KiCk i”

Voglio essere vista come un ecosistema di stati del sé minori senza essere privata della dignità di essere un tutto.

SOPHIE

Qualcuno ha provato a definire la musica di SOPHIE, producer trans rivoluzionari* mort* prematuramente il 30 gennaio ad Atene, dopo essere cadut* mentre si arrampicava per guardare la luna piena. La parola coniata è “hyperpop: un pop massimalista, che mescola cultura underground, hip hop ed elettronica d’avanguardia. Ma in realtà proprio come Sophie Xeon, la sua musica è oltre la definizione di genere. Dai primi lavori per la PC Music, etichetta pioneristica di un pop sintetico e futuristico, alle produzioni per Madonna e Charlie XCX, fino all’unico album in studio “Oil Of Every Pearl’s Un-Insides”, SOPHIE ha cambiato la musica pop con una visione unica e decisa, basata sulla contorsione, sulla destrutturazione e la ricostruzione dei suoni, che rifugge i limiti univoci. Proprio come il suo personaggio pubblico, passato da un estremo riserbo sulla propria identità che più volte ha confuso i media, fino a diventare un’icona transgender.

Kae Tempest

Rapper, poeta, scrittric*, drammaturg*, Kae Tempest nel 2014 ha pubblicato la sua seconda raccolta di poesie, “Hold Your Own”. La collezione trae la sua struttura tematica dalla vita del profeta greco Tiresia, nato ragazzo, trasformato in donna, tornato uomo nell’età adulta e accecato da Zeus ed Era. Transizione e mutazione ritornando come parte di temi nell’album “The Book of Traps and Lessons”, in cui ci sono messaggi di forza d’animo personale, promemoria per amare chi ci è car* e per dare priorità alle cose importanti della vita. Tempest nel 2020 ha fatto coming out come nonbinary e ha spiegato la scelta del suo nome di elezione:

Una vecchia parola inglese che significa ghiandaia. Le ghiandaie sono associate alla comunicazione, alla curiosità, all’adattamento a nuove situazioni e al coraggio, la parte più importante al momento. Può anche rimandare alla taccola, l’uccello che simboleggia la morte e la rinascita. Ovidio disse che la taccola ha portato la pioggia. Che adoro. Ha le sue radici nella parola latina rallegrarsi, essere grati e trarre piacere. E spero di vivere di più in questo modo ogni giorno.

Shamir

Capelli raccolti in odango coronati di farfalle, lunghe trecce nere, bianche, viola, che sono poi i colori della bandiera nonbinary. La forza dell’estetica di Shamir sta nei dettagli dei suoi capelli, del suo viso che mescola, in un equilibrio di energie, maschile e femminile. Una fluidità che si ritrova anche nella sua produzione musicale, che rifiuta qualsiasi linearità di percorso e accentua ogni volta un cambio di genere imprevedibile: nei suoi sette album, Shamir passa dal pop dance ed elettronico, attraversa la musica lo-fi e arriva fino al synthpop, al country e al rock dell’ultimo lavoro “Shamir”, un album nato e assemblato durante la quarantena in cui confluisce tutta l’estetica e il lavoro artistico maturato negli anni.

Yves Tumor

Ner*, omosessuale, nat* e cresciut* a Knoxville, in Tennensee, dove inizia fare musica per reagire a un ambiente che definisce «conservatore, razzista, omofobo e sessista». Di Sean Bowie si sa poco altro, la sua figura è circondata da mistero, così come anche l’immaginario musicale. Alexis Petridis definisce straordinaria la sua immaginazione creativa «sperimentale, capace di qualsiasi genere, con una logica interna che alimenta i suoi cambiamenti di umore». È una musica distesa ma allo stesso tempo carica di inquietudine, abrasiva, legata a un’aggressività vulnerabile e fragile, sostenuta dalla commistione di elementi di ambient, soul e rock.

Spero di averti incuriosit* su quest* artist*! Ascolta la playlist sul canale Spotify del MiX Festival a loro dedicata

 

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Occupa l’arte per non metterla da parte https://mixfestival.eu/occupa-larte-per-non-metterla-da-parte/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=occupa-larte-per-non-metterla-da-parte Mon, 17 May 2021 14:18:50 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5969 L'articolo Occupa l’arte per non metterla da parte proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Sono oltre 300mila i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo (Istat 2019) che versano in condizioni economiche di estrema vulnerabilità a seguito dello scoppio della pandemia di Covid19 oltre un anno fa. Il divieto di spettacoli e concerti dal vivo, la chiusura di sale, ma anche quella delle scuole ha messo in ginocchio tutte le professionalità del comparto produttivo culturale: non solo attori e attrici, ma anche costumist*, scenograf*, regist*, tecnic* suoni e luci, facchin*, chi si occupa di montaggio di scena (e che lavora anche per le fiere), chi fa musica in ogni luogo in cui c’è musica, dai concerti ai ristoranti.

La condizione di stop forzato per questo settore che non si ferma mai – perché ci intrattiene quando siamo in vacanza, quando usciamo di sera, quando non lavoriamo, quindi quando smettiamo di essere produttiv* e ci dedichiamo alla nostra cura e cibo per la mente – ha permesso di fare luce sulle criticità tipiche delle condizioni strutturali del settore e che la pandemia ha solamente aggravato. 

La gestione politica – dapprima emergenziale, ma poi consolidatasi – della pandemia ha mostrato quanto nel nostro sistema si privilegi la produttività economica, si dia un’importanza secondaria e si trascuri la crescita culturale di un paese. E non si parla solo di spettacolo: anche la scuola è stata considerata meno importante della fabbrica. Eppure, se durante il lockdown non ci fossero state le arti, i film, la musica e l’intrattenimento, cosa ne sarebbe stato di noi? 

Per attirare l’attenzione pubblica e per fare rete – secondo l’ottica che solo con la solidarietà e l’unione si possa combattere e vincere – nel 2021 a Milano il Coordinamento Spettacolo Lombardia ha occupato il chiostro del Piccolo Teatro Grassi in via Rovello per 39 giorni. L’occupazione è stata ovviamente viva e creativa con un palinsesto ogni giorno diverso, un momento di grande fermento per la città, un’esperienza unica nata sull’urgenza ma destinata a fare un pezzo di storia di Milano. Ora l’occupazione è finita e le sue rivendicazioni politiche sono giunte a Roma facendo rete con altre organizzazioni simili su tutto il territorio nazionale.

Per saperne di più di quei giorni abbiamo intervistato Francesca Biffi, attrice, scenografa, costumista (in una parola: teatrante), membro del Coordinamento Spettacolo Lombardia. Ha fondato una compagnia teatrale ma non ha voluto dirci quale, perché ha voluto darci il suo contributo come membro del CDS, che non vuole attirare l’attenzione su una specifica realtà teatrale ma vuole appunto fare rete ed esprimere collettivamente la voce del settore.

Francesca, da quanto tempo fai questo lavoro e su cosa stavi lavorando quando è iniziata la pandemia? 

Faccio questo lavoro da circa 15 anni. Quando è cominciata la pandemia avevo in partenza una tournée di uno spettacolo di cui sono attrice e regista. Dopo i mesi di stop, questo spettacolo viene costantemente riprogrammato, ma le date continuano a saltare: proprio ieri due repliche di fine maggio che avevo programmato in Friuli sono saltate perché l’amministrazione comunale non se l’è sentita. Lo spettacolo era per le scuole superiori, un ambito molto sensibile, e,  essendo il teatro una sala comunale, l’amministrazione ha preferito che le scuole non partecipassero: nelle scuole ci sono ancora contagi, il teatro per ragazzi sta soffrendo in modo ancora più profondo. È comprensibile, ma fatto sta che spesso ci saltano le date in pochissimo tempo, per esempio 20 giorni prima dello spettacolo: programmare è veramente difficile.

Come è stata la tua vita da quanto è iniziata la pandemia? Da lavoratrice dello spettacolo come te la sei vissuta, sia dal punto di vista economico che da quello emotivo e creativo?

Hanno dato in totale 5 ristori alla categoria, l’ultimo a marzo 2021. Io sono una delle fortunate perché a oggi ho percepito tutti i bonus che sono stati erogati, anche se questi bonus non sono stati erogati con regolarità e, anzi, ci sono state incertezze continue: fino a 15 giorni prima non sapevamo se li potevamo ricevere oppure il bonus di agosto non veniva dato a chi aveva lavorato anche solo per un giorno. Bastava un giorno di lavoro per poter non accedere al bonus tout-court. Per fortuna hanno cambiato questa norma folle perché si sono resi conto in corso d’opera che nel nostro lavoro è proprio così, a volte lavori un giorno solo al mese e di certo non basta per vivere. 

Diciamo che i DPCM contenevano errori grossolani, che danno l’idea di quanto poco la politica conosca il settore dello spettacolo. Nel settore dello spettacolo dal vivo diverse giornate lavorative non emergono: per esempio tutti i lavori fatti per le scuole o per le amministrazioni comunali non rientrano nel conteggio delle giornate, perché queste non sono imprese di spettacolo e non possono assumerci.  Inoltre, molte cose di cui ci occupiamo non sono comprese nell’elenco dei codici Empals che ci permetterebbero di maturare contributi, basti pensare alle attività di formazione teatrale. Anche se noi siamo praticamente tutti e tutte anche insegnanti di teatro, i giorni in cui insegnamo non vengono conteggiati come giorni lavorativi da lavoratori e lavoratrici dello spettacolo. Tuttavia, i bonus venivano calcolati sulle giornate lavorate pre-pandemia. Inoltre non consideravano anche chi ha usufruito di casse integrazioni. Un esempio è quello dei clown di corsia, che sono a contratto con associazioni, ma non con specifica professionale di lavoratore dello spettacolo.

Dal punto di vista emotivo e creativo, durante i primi mesi sono entrata in una bolla di sopravvivenza a livello creativo, mi sono isolata per cercare di tenermi a galla. Io faccio tanto con le mani e questa cosa mi è mancata da morire: il silenzio in cui lavoro io è pieno di trapani e martelli e volevo quello, mentre il silenzio non cercato ma creato dal lockdown era inquietante

Ho cominciato a scrivere e ricominciato a disegnare, ho creato dei libri, ho creato un blog dove si potevano scaricare libri per bambini e poi ho cercato di ricominciare a lavorare come potevo, programmando e calendarizzando spettacoli, ma la litania era sempre la stessa: “Lo facciamo a settembre, lo facciamo dopo…” 

Un mese dopo l’inizio della pandemia, ad aprile 2020, sono entrata nel movimento Attrici e Attori Uniti, che è un pezzo del Coordinamento Spettacolo Lombardia. Ciò mi ha permesso di capire anche gli errori che facevo nel mio lavoro in quanto non consapevole su come tutelarmi. Per il Coordinamento sono stata fra i e le referenti del tavolo Manifesto: abbiamo iniziato a scrivere un documento di richieste su cosa sarebbe utile per riformare il settore, unificando tutti i documenti e gli spunti provenienti dagli avamposti dei territori in tutta italia (dai tecnici alle sarte); da questa intelligenza collettiva ed esperienza condivisa è nata la proposta di riforma che abbiamo presentato in Parlamento.

Perché il Coordinamento Spettacolo Lombardia ha occupato il Grassi Il 27 marzo 2021?

Il Coordinamento è nato il 30 maggio 2020 e, appena finito il lockdown, ha deciso di fare manifestazioni in ogni regione, dato che non ci si poteva ancora spostare da una regione all’altra. Il percorso è stato fulmineo e fin da subito pieno sia di difficoltà sia di frutti, da sempre convinti che la radice era comune per tutti: il percorso è poi continuato in varie manifestazioni anche nei confronti di Regione Lombardia, che non ci hai mai ascoltati.

Il 27 marzo abbiamo occupato il Piccolo Teatro Grassi non solo per segnalare l’ennesima “finta” riapertura del paese. C’era fermento in tutta Europa. in Francia molti teatri sono stati occupati e questo ci ha dato la spinta decisiva. L‘occupazione ci ha fornito un luogo di partecipazione e di confronto. È un anno che ci parliamo via webcam. Volevamo aprire il teatro a uno scambio sia con la cittadinanza (sempre tamponati, distanziati e con un numero massimo di accessi) sia tra operatori, che fosse uno spazio, ma anche un momento, dove parlarsi e confrontarsi. Fino a quel momento siamo stati inscatolati – chi dentro i propri teatri chiusi, chi online – e sentivamo la necessità di incontrarci.

Il momento è anche decisivo per l’attenzione pubblica e politica. Per riformare il settore dello spettacolo negli ultimi 50 anni è stata presentata solo una proposta di legge, mentre solo quest’anno fra Camera e Senato ne hanno presentate cinque. Queste proposte però non riflettevano le nostre esigenze. Sapevamo che il Ministro aveva nominato un gruppo di sette esperti incaricandoli di fare sintesi fra le diverse proposte di legge ed eravamo consapevoli che, se avessimo voluto incidere sul processo, avremmo dovuto portare la nostra esperienza concreta di operatori e operatrici e rappresentare con la nostra voce le criticità del settore. Non potevamo perdere tempo. Era il momento di dire la nostra, entrare a gamba tesa nel processo di definizione della legislazione che ci riguarda. 

Raccontaci di quei 39 giorni: cosa succedeva? Come venivano organizzate le varie iniziative di spettacolo? Qual era la tua giornata tipo? 

Tenere un’occupazione per 39 giorni non è facile, ma è stata molto vivace, come doveva essere. Non siamo stati soli però: abbiamo convissuto con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti, gli studenti universitari, i lavoratori dell’arte contemporanea. Il gruppo che organizzava le giornate era di circa 50 persone, che offrivano disponibilità e competenze diverse, in base all’argomento affrontato in quel giorno.

Io mi sono occupata della parte politica e del confronto con i piccoli spazi e i teatri medio piccoli, con cui lavoro come scenografa. Gli spazi culturali e i teatri sotto i 100 posti non sono proprio stati considerati dai bonus, come se non esistessero. Di questi posti, dove si fanno arte e cultura reali e accessibili, non se ne conosce la potenza sociale. Non credo nemmeno ci sia un vero interesse politico di farli ripartire.  

Abbiamo deciso da subito due linee di comunicazione: una molto pratica e puntuale sulla proposta di riforma, che comprendesse l’intero settore (sostegno ai singoli lavoratori e lavoratrici ma anche agli spazi quali teatri, compagnie, piccole sale) e una rivolta alla cittadinanza. Abbiamo organizzato perfomance artistiche, eventi aperti di diverso tipo come a una bellissima giornata sull’editoria indipendente che è stata molto partecipata, concerti, e spettacoli. L’ATIR, per esempio, ha fatto una performance con i ragazzi di uno spettacolo che a causa della pandemia non è mai andato in scena. Eventi importanti perché la cittadinanza mostrasse solidarietà, ci desse sostegno e appoggio, capisse cosa stavamo facendo e perché.  Per noi occupare un teatro come il Piccolo è stata una responsabilità. Avere il supporto dei milanesi e poter parlare anche mediante la loro voce è stato fondamentale.

Ricordo quando, in occasione della performance sulla sartoria e su Maria Lai ispirata al suo abbraccio alla montagna, ossia l’ultima dell’occupazione, fisicamente ma anche simbolicamente abbiamo abbracciato tutto il chiostro. In un’intervista a Radio Popolare il giorno prima avevo chiesto agli ascoltatori e alle ascoltatrici di portarci delle stoffe, se ne avevano. Un signore anziano è arrivato nel chiostro e ha chiesto apposta di me, mi ha portato un sacco di stoffe stirate: ha detto che ne aveva altre ma essendo venuto in tram il sacco si sarebbe fatto troppo pesante. Ho pensato a quando, il giorno prima, forse insieme alla moglie, le ha messe via per noi. È stato commovente

Ora avete presentato le vostre priorità per la riforma del lavoro nel settore dello spettacolo. Quali sono queste priorità e che prospettive ci sono per il loro accoglimento? 

Abbiamo presentato le nostre osservazioni a diversi onorevoli e siamo riusciti a consegnarla a Roberto Rampi della VII Commissione Cultura del Senato, che si è preso l’impegno di portarla avanti in Parlamento. Il nostro è un contributo molto solido perché è fatto dall’esperienza di chi questo lavoro lo fa e lo vive. Per esempio, la legge dovrebbe riconoscere ai lavoratori di questo settore l’intermittenza: in Italia intermittenza è il nome di un contratto e, per giunta, molto lesivo, perché indica la natura del nostro lavoro e non può indicare la natura del nostro contratto, mentre in altri paesi, come in Francia, è il nome di una condizione. Noi abbiamo bisogno di una indennità di discontinuità che copra quei periodi in cui non è vero che non lavoriamo: lavoriamo lo stesso ma ciò non risulta da nessuna parte. In quei momenti ci formiamo oppure creiamo proprio i nostri spettacoli. È lì che noi muoviamo (e a nostre spese: pochissim* di noi riescono ad accedere alla NASPI) l’economia degli altri settori, mica stiamo ferm*!

Prima ancora dell’indennità di discontinuità bisogna uniformare la nostra fiscalità: all’interno delle professioni dello spettacolo una stessa persona fa diversi mestieri, ma i contributi non vengono versati nella stessa cassa, talvolta siamo obbligati ad aprire la partita iva anche se di fatto siamo sempre subordinati, non decidiamo noi i nostri orari e, talvolta, non possiamo nemmeno decidere sul nostro aspetto! Il problema reale con riferimento ai contributi è che alcuni sono di competenza dell’ex Empals, altri vanno sotto la gestione separata INPS. Ciò perché i codici ex-Empals assegnati alle varie professioni dello spettacolo sono vecchi e non comprendono tutti i lavori che facciamo. Per esempio, c’è ancora il codice per gli attori di fotoromanzo, mentre manca un codice per chi insegna a un corso di teatro. Versando in casse diverse e che non si possono unire, non raggiungiamo mai il monte ore necessario per poter beneficiare delle tutele, come quella della maternità.

Sarebbe fondamentale istituire uno sportello di assunzione diretta, che permetta ai committenti di spettacolo (dai ristoranti che offrono musica dal vivo alle scuole, e non solo per teatri e per comuni) di assumere tutte le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, pagare loro i contributi,  dare loro un’agibilità relativa. Una grande impresa di spettacolo mi paga i contributi, ogni altro committente no: dobbiamo quindi farci assumere da una cooperativa di lavoratori dello spettacolo, che diventa il nostro datore ai fini previdenziali. Tuttavia non tutte le cooperative sono oneste: alcune offrono contratti intermittenti a tempo determinato. A chi dice che potremmo pagarceli da noi i contributi, rispondo che l’’auto-versamento contributivo funzionerebbe in un mondo ideale, ma nella realtà non siamo l’elemento debole dello scambio domanda/offerta: la contrattazione diventa difficile perché ci porta a considerare quei contributi all’interno dei costi. Nel mondo della musica, dove esiste l’autoversamento contibutivo, il nero è aumentato.

Infine vogliamo che sia introdotto il concetto di responsabilità occupazionale, e che venga rispettato soprattutto dai grandi enti corporate (grandi eventi, fiere etc) o che percepiscono fondi pubblici ,in modo che la sorveglianza sia efficiente, prevedendo controlli e vigilanza sull’utilizzo dei fondi pubblici. L’osservatorio nazionale per lo spettacolo dal vivo e per l’audiovisivo esiste dal 2018 ma non è mai stato attivato. Secondo noi, oltre a partire, dovrebbe essere affiancato da osservatori regionali che facciano una mappatura delle realtà esistenti sui territori.

Il nostro percorso non è finito. Abbiamo terminato la parte sulla quale sapevamo che le proposte di legge avrebbero stretto la cinghia, cioè il trattamento retributivo, ma vogliamo contribuire su tutta la riforma del sistema dello spettacolo: fondi pubblici, circuitazione e come elargire in modo differente i fondi FUS, poiché attualmente i parametri sono sbilanciati a favore della copertura dei costi amministrativi, non creativi. Sappiamo che arriveranno altre proposte di legge, quindi insieme ad altri gruppi regionali e nazionali, teatri, spazi e compagnie porteremo avanti questo lavoro. Per il momento abbiamo visto la bozza della legge delega e già ci sono cose che vanno riviste. Speriamo che tutto il lavoro che stiamo facendo possa portare all’ascolto della nostra voce e a cambiamenti concreti nelle nostre vite.

Anche Fedez dal palco del primo maggio, prima di parlare del ddl Zan ha ricordato la grave situazione in cui versano lavoratrici e lavoratori del settore.

Possiamo evolverci come società, e godere della bellezza e dell’arte, solo se solleviamo l’industria creativa dalle preoccupazioni causate da una vita precaria, instabile e, talvolta, invisibile alle autorità. Per questo il MiX Festival appoggia le richieste del Coordinamento Spettacolo Lombardia e l’esperienza dell’occupazione come momento di rivendicazione. Del resto anche (alcuni di) loro appoggiano le nostre.

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La storia di Paola Senatore https://mixfestival.eu/la-storia-di-paola-senatore/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-storia-di-paola-senatore Wed, 05 May 2021 06:54:52 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5701 Il nome di Paola Senatore, a tanti, può dire poco, anzi pochissimo. Eppure è stata una delle attrici che hanno fissato l’immaginario erotico del cinema nostrano a cavallo tra gli anni 70 e 80. Una bellezza marcata, forte delle sue origini mediterranee che le hanno fornito una folta chioma ramata abbinata a uno sguardo dai toni chiari, smeraldini.  Molti aspetti...

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Il nome di Paola Senatore, a tanti, può dire poco, anzi pochissimo. Eppure è stata una delle attrici che hanno fissato l’immaginario erotico del cinema nostrano a cavallo tra gli anni 70 e 80. Una bellezza marcata, forte delle sue origini mediterranee che le hanno fornito una folta chioma ramata abbinata a uno sguardo dai toni chiari, smeraldini. 

Molti aspetti della sua vita intima sono confinati nella più stretta riservatezza. Oggi, con piglio fermo, screma proposte e rifiuta inviti da parte di nostalgici per celebrare la sua carriera, impressa in quella cinematografia «bis» che da più di vent’anni sta via via tornando alla luce grazie a validi cultori dei generi.

Ma torniamo a lei. L’ultima intervista, delle pochissime rilasciate in tempi recenti, è uscita nel 2019 sul Corriere della Sera, dove ha raccontato parte del suo percorso artistico intrecciandolo con gioie e ferite di un privato lacunoso che in parte deve restare tale.

Un’infanzia difficile

L’infanzia di Paola, come racconta lei stessa, fu particolarmente carica di difficoltà, specie nel periodo della prima giovinezza, quando venne messa in un collegio di monache per volere della madre, bramosa di ritrovare quella libertà che per tanto tempo le fu negata.

Nata il 9 novembre 1949, Paola è frutto di un amore malvisto dalla facoltosa famiglia calabrese della madre, la quale avrebbe dovuto sposare un nobiluomo molto più anziano di lei, e ribellatasi alle etichette borghesi per un bel giovane di estrazione sociale inferiore. Rimasta incinta, la donna diede alla luce Paola a Roma, dove fu mandata presso alcuni parenti.

Nell’interregno delle comprimarie

L’ingresso nel mondo del cinema arriva per puro caso. Siamo agli inizi degli anni 70. Paola, raggiunta la maggiore età e sbocciata in una bellezza sanguigna, comincia ad affrontare i primi ruoli sui set: “Storia di una monaca di clausura” di Domenico Paolella, “Diario segreto di un carcere femminile” di Rino Di Silvestro, “L’assassino ha riservato nove poltrone” di Giuseppe Bennati, “L’erotomane” di Marco Vicario. E, parallelamente, la sua figura prosperosa viene immortalata sulla copertina del mensile “Playmen” per tre volte nell’arco di dieci anni (1974, 1978, 1984). 

Stiamo parlando di un periodo in cui a dominare manifesti e cartelloni c’erano i volti di Edwige Fenech, Gloria Guida, Barbara Bouchet, Nadia Cassini, Janet Agren… Paola veniva relegata perlopiù in ruoli secondari, a partecipazioni speciali; era maggiormente legata all’interregno delle comprimarie come Lorraine De Selle, Jenny Tamburi, Annie Belle, Sonia Viviani.

La svolta nel cinema con “Action” e “Nenè”

Sarà Tinto Brass, dopo una comparsata in “Salon Kitty” (1975), a darle maggiore risalto nell’“incompreso” “Action” (1979), con un piccolo ruolo che diverrà però immagine-simbolo della locandina del film: Paola, nel ruolo della fotomodella Ann, ex moglie del protagonista (Luc Merenda), in mezzo a un cimitero, vestita di nero, mani giunte, gamba sinistra alzata con autoreggente e tacco a spillo che si poggia sulla lapide di una tomba.

Ma il vero fiore all’occhiello della sua filmografia rimane “Nenè” (1977) di Salvatore Samperi, nel ruolo della mamma del piccolo protagonista irretito dai vizi di Leonora Fani, altra stellina erotica di quegli anni che per un breve periodo godette di buona notorietà.

Dai confini della commedia scollacciata alle soglie dell’hard

Dopo queste esperienze, Paola viene ricollocata nel recinto delle caratterizzazioni da commedia scollacciata (“L’infermiera di notte”, “Dove vai se il vizietto non ce l’hai?”, “La settimana al mare”) pur ritrovando qualche tenue bagliore da protagonista lussuriosa nel nunsploitation (“Immagini di un convento”), da vittima sacrificale nel cannibal movie (stracultissima la sequenza della sua uccisione in “Mangiati vivi!”) o da rappresentante di un erotismo ingrigito e decadente (“Malombra”, “Maladonna”).

A metà anni 80, mentre i suoi servizi fotografici cominciano sempre più a varcare la soglia dell’hard (storici quelli sulla rivista “Le ore”, alcuni dei quali in coppia con Karin Schubert, altra vittima del sistema), Paola gira il suo primo – e unico – film pornografico: «per vendetta», dice. Da diverso tempo aveva cominciato a fare uso di stupefacenti e le voci nell’ambiente cominciarono a moltiplicarsi sul fatto che si fosse data alle luci rosse per comprarsi «la dose» (sorte analoga a quella delle compianta Lilli Carati).

Il perdono verso tutto, tutti e se stessa

Tutto precipita il 13 settembre 1985. Paola viene arrestata per possesso e spaccio (un errore di stampa che lei ha sempre smentito con fermezza) di droga, condannata a cinque mesi di reclusione nel carcere di Rebibbia più un anno di arresti domiciliari. Da questo momento la sua vita slitta nel cambiamento; scopre la gioia della fede mentre si trova in cella di isolamento, come ha raccontato lei stessa al Corriere della Sera:

«Ad un certo punto sentii una voce potente che diceva questo: “Non tutto il male viene per nuocere. Di lì a poco sentii tremare tutto, poi un gran senso di pace»

Paola Senatore

Un atto di conversione che la porta alla pratica attiva della preghiera, a rimodellare un vita e una carriera che non le appartenevano più, pur non rinnegando niente, nemmeno alcuni titoli cui ha preso parte, perché ha perdonato tutto, tutti, «anche me stessa».

Paola Senatore oggi

Scontata la pena le offrirono intriganti contratti lavorativi ben retribuiti, ma li rifiutò tutti. Aveva deciso di abbandonare definitivamente celluloide, riflettori e set per intraprendere il suo nuovo, inedito, cammino spirituale. Quasi 36 anni trascorsi rilasciando pochissime interviste – si contano su una mano -, nessun tipo di ospitata festivaliera o televisiva in omaggio a film “di culto” o a cineasti nostrani  “riscoperti”, e su Facebook tiene simpaticamente a bada gli estimatori che calcano troppo la mano sul suo passato.

Una fenice risorta dalle ceneri: «Vorrei che altri si confrontassero con quello che ho vissuto io. Perché il mio vissuto, la mia conversione, possono essere di tutti». Oggi Paola vive ancora nei pressi di quella Roma che le ha dato i natali, occupandosi di volontariato e assistenza verso persone con disabilità. Pochissime le foto attuali che la ritraggono, giusto un paio scattate diversi anni fa: sempre col sorriso e con quella chioma ambrata che le ha ritagliato un piccolo e accogliente spazio nella platea del «nostro» spericolato cinema di genere.

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(Ri)definire la queer art https://mixfestival.eu/ridefinire-la-queer-art/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ridefinire-la-queer-art Tue, 27 Apr 2021 20:12:40 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5734 La queer art è una corrente che si riferisce a tutte quelle pratiche artistiche contemporanee che rappresentano il mondo LGBTQIA+. Dal 2017, la corrente vede come protagonist* artist* queer di colore. Questa fioritura, durante la pandemia, è stata possibile grazie ai social media e a tutti i mezzi digitali che consentono una larga diffusione di immagini o video e ha...

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La queer art è una corrente che si riferisce a tutte quelle pratiche artistiche contemporanee che rappresentano il mondo LGBTQIA+.

Dal 2017, la corrente vede come protagonist* artist* queer di colore. Questa fioritura, durante la pandemia, è stata possibile grazie ai social media e a tutti i mezzi digitali che consentono una larga diffusione di immagini o video e ha portato a un allargamento del proprio pubblico. La queer art è il fenomeno storico-artistico del XXI secolo.

Quest’onda di (ri)affermazione degli artisti di colore è dovuta, anche, al movimento Black Lives Matter, che nell’ultimo anno – dopo l’omicidio di George Floyd – ha riempito le piazza di tutto il mondo.

La fusione della tematica lgbtq+ e il movimento Black Lives Matter porta con sé la spinta per un rinnovamento della corrente con nuove narrazioni lontane da quelle mainstream bianca gay europea o angloamericana.

Artist* emergenti stanno diventando le nuove voci della queer art e presto il mondo avrà occasione di conoscerl* meglio grazie alle future mostre internazionali pianificate per il 2021.

Shantell Martin

Chi è Shantell Martin?

Shantell Martin nasce nel 1980 a Londra ma ora vive a New York. È molto seguita sui social media: ha 123 mila di follower su Instagram e 17 mila su Facebook. Il pubblico la conosce soprattutto per i suoi disegni di grandi dimensioni realizzati in bianco e nero. Espone in musei e mostre e collabora con brand commerciali internazionali. Tra questi ricordiamo PUMA, Tiffany& CO, Vespa e Addidas.

Fluidità in mostra

Le opere nella sua ultima mostra del 2019 alla Denver Art Museum hanno riempito le pareti e i soffitti del museo, esplorando i concetti di intersezionalità, identità e gioco. La particolarità della mostra è quella che non sono stati mantenuti gli stessi disegni per tutta la durata della mostra, ma venivano cambiati per illustrare il concetto di identità fuida.

Rafa Esparanza

Chi è Rafa Esparanza?

Rafa Esparanza è un* performer visuale queer, coetane* di Shantell Martin, e lavora a Los Angeles. La sua arte include installazioni e perfomance che fanno uso di mattoni. Lavora inoltre su parchi pubblici, giardini e gallerie d’arte. I suoi lavori riflettono tematiche politiche e ambientali come studi di genere, l’etnia, e l’immigrazione, fino a toccare ambiti della propria vita personale come la colonizzazione, la sessualità maschile e la famiglia.

La narrazione dell’immigrazione fuori dal mainstream

Spesso è intervenuto contro la narrazione mainstream dell’immigrazione perpetrata dai bianchi all’interno del mondo dell’arte. Nel 2020 partecipa al progetto High Line Plinth Commission di New York – un’associazione che si occupa di gestire il parco d’arte sopraelevato di Manhattan. Rafa Esparza si è ispirato alla tradizione olmeca per costruire un monumento distorto.

Nina Chanel Abney

Chi è Nina Chanel Abney?

Nina Chanel Abney è un’artista americana nata a Chicago ma ora vive e lavora a New York. Da sempre convinta di essere un’artista, sostiene di aver faticato molto prima di trovare la sua voce. Il lavoro di Abney è specialmente costituito da dipinti e murales di grandi dimensioni.

Temi sociali in chiave pop

Nei suoi lavori vengono utilizzati colori vivaci per rappresentare argomenti e tematiche complesse come l’omofobia e la politica. L’uso dei colori permette di leggere le sue opere in chiave pop. L’ultima sua esposizione si è svolta nel 2019 alla Purchase College. Le sue opere sono parte della collezione del Whitney Museum of American Art, Brooklyn Museum e Bronx Museum.

Zanele Muholi

Chi è Zanele Muholi?

Fotograf* e attivista per la visibilità delle persone lesbiche del Sudafrica, Muholi è non-binary. In un’intervista rilasciata per la 58^ Biennale di Venezia- nella quale ha esposto i suoi lavori- ha esplicitato la sua preferenza per essere definit* come attivista visuale. È parte del gruppo fondatore di Forum for the Empowerment of Women e di Inkanyiso, una piattaforma dedicata all’attivismo visivo queer. I suoi lavori si focalizzano sulla razza, il genere, la sessualità e il corpo.

Celebrazione LGBTQIA+ del Sudafrica

La mostra organizzata alla TATE di Londra raccoglie tutto il suo lavoro dagli inizi del 2000 fino ai giorni nostri e celebra le persone di colore, appartenenti alla comunità LGBTQIA+ in Sudafrica, che nonostante le promesse di uguaglianza del 1996, sono ancora soggette a violenze e pregiudizi.

Laura Aguilar

Chi è Laura Aguilar?

Mancata due anni fa, Laura viene considerata la pioniera della fotografia lesbica. Affetta dalla nascita da dislessia uditiva, ha mostrato subito interesse per la fotografia, dando voce alle lesbiche di origine sudamericana e alle coppie afroamericane, le quali, nell’arte occidentale europea contemporanea, difficilmente trovano spazio.

Annullare le asimmetrie sociali e di potere

Gli obiettivi dell’artista sono annullare la prassi tra chi è dietro l’obbiettivo e chi è davanti, eliminando così la discrepanza di potere e dando voce a tutte quelle comunità gay e lesbiche afroamericane che vengono emarginate. I lavori di Laura Aguilar sono stati esposti alla Biennale di Venezia, Los Angels Photography Center e University of Illinois a Chicago. La mostra “Laura Aguilar: Show and Tell” alla Leslie Lohman Museum of Art racchiude 70 opere che coprono i suoi lavori dagli anni 70 agli inizi del 2000.

Julie Mehretu

Chi è Julie Mehretu?

Conosciuta a livello internazionale, l’artista etiopie Julie Mehretu è stata citata dal Time come la persona più influente del 2020. La sua pittura – attraverso paesaggi su più strati a larga scala – raffigura i cambiamenti socio-politici della società urbana, come il capitalismo, la guerra e la diaspora. Più recentemente l’artista si è avvicinata alla fotografia per rappresentare i conflitti e le ingiustizie sociali.

Arte come mezzo di riflessione

La pratica artistica di Mehrentu è quella di utilizzare la pittura, il disegno e l’incisione come mezzo di riflessione sulla condizione contemporanea dell’individuo queer. Ha inoltre esposto alla 58^ Biennale di Venezia.

Ecco alcun* artist* queer selezionat* da MiXArt, un’agenda d’arte dentro la rassegna cinematografica MiX Festival di Milano.

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Lil‌ ‌Nas‌ ‌X‌ ‌e‌ ‌la‌ ‌rivoluzione‌ ‌del‌ ‌nuovo‌ ‌artista‌ ‌queer‌ ‌ https://mixfestival.eu/lil%e2%80%8c-nas-x-%e2%80%8ce-%e2%80%8cla-%e2%80%8crivoluzione-%e2%80%8cdel-%e2%80%8cnuovo-artista-%e2%80%8cqueer%e2%80%8c%e2%80%8c/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lil%25e2%2580%258c-nas-x-%25e2%2580%258ce-%25e2%2580%258cla-%25e2%2580%258crivoluzione-%25e2%2580%258cdel-%25e2%2580%258cnuovo-artista-%25e2%2580%258cqueer%25e2%2580%258c%25e2%2580%258c Wed, 21 Apr 2021 06:03:30 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5709 Il giorno in cui è uscito, ho visto il video di “Montero (Call Me By Your Name)” di Lil Nas X almeno cinquanta volte. Non mi capitava dal 2009, quando rimasi un giorno interno a riguardare “Bad Romance” di Lady Gaga. Ero un diciassettenne omosessuale di provincia alla disperata ricerca di riferimenti. E fronteggiavo la mancanza di artisti LGBTQIA+, popolari...

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Il giorno in cui è uscito, ho visto il video di “Montero (Call Me By Your Name)” di Lil Nas X almeno cinquanta volte. Non mi capitava dal 2009, quando rimasi un giorno interno a riguardare “Bad Romance” di Lady Gaga. Ero un diciassettenne omosessuale di provincia alla disperata ricerca di riferimenti. E fronteggiavo la mancanza di artisti LGBTQIA+, popolari e fieri, con l’idolatria sfrenata per tutte quelle rappresentanze del pop che hanno accolto l’estetica queer (o meglio, se ne sono appropriate?) come parte del loro immaginario. Vedere una giovane popstar apertamente gay che, all’apice della carriera, racconta senza filtri di sesso e romanticismo queer sfidando la malcelata omofobia del settore, ha mandato fuori di testa l’adolescente di provincia rinchiuso nel sottoscala della mia mente. Ancora di più, vederlo debuttare al primo posto nella Billboard Hot 100, mi ha riempito il cuore di felicità.

Chi è Lil Nas X?

Ma andiamo con ordine. Per quelli di voi che negli ultimi tre anni hanno vissuto da naufraghi su un’isola deserta, faccio un recap della storia di Lil Nas X, emblematica per capire come sono cambiate le dinamiche del successo nel mercato discografico e la rappresentazione dell’identità sessuale tra artist* della Gen Z.

Nato nel 1999 ad Atlanta, Montero Lamar Hill sogna da bambino di diventare chirurgo cardiovascolare, prova con il college ma abbandona dopo pochi mesi per dedicarsi alla musica. Senza un soldo, una dimora fissa e il supporto della famiglia, inizia a studiare il mondo dei contenuti sul web. Su Facebook, Twitter e Vine crea una piccola community con cui condivide contenuti ironici e demenziali; a giugno 2018 pubblica su SoundCloud il suo “primo mixtape Nasarati, che non riesce però a raggiungere un successo stabile.

“Old Town Road”: tra critiche e successo

L’anno di svolta è 2019: scova un beat su YouTube del produttore Youg Kyo e lo compra per 30 dollari. Su quel beat costruisce “Old Town Road”, un pezzo country-trap che riporta il black cowboy nella cultura mainstream. Non può permettersi una promozione costosa, ma inizia a spingere il brano accompagnandolo a meme e a contenuti leggeri su Twitter e Tik Tok. È una strategia che ripaga. Nella primavera il pezzo diventa virale grazie al trend Yeehaw Challenge, entra nella Billboard Hot 100 e allo stesso tempo nella classifica Hot Country Songs.

Sono traguardi che permettono a Lil Nas di ricevere una proposta di contratto dalla Columbia, ma allo stesso tempo lo espongono a forti critiche. Una parte del pubblico rifiuta l’appartenenza del brano al genere country e Billboard lo rimuove dalla classifica delle Hot Country Songs. Senza sapere che la polemica in realtà farà poi la fortuna del brano: proprio sulla scorta di queste critiche, “Old Town Road” riceve l’endorsement di Billy Ray Cyrus, star del country nonché padre di Miley Cirus, che non si limita solo a spendere buone parole per Lil Nas. Firma infatti il remix definitivo del brano e partecipa alle riprese del video. Il resto lo conosciamo tutti: “Old Town Road” colonizza le radio di mezzo mondo per metà anno, arriva in prima posizione nella Billboard Hot 100, ci rimane per 19 settimane, diventa il brano più certificato nella storia americana.

Il coming out

Sempre nel 2019, mentre affronta (e supera) l’ansia di essere un one-hit wonder, durante il World Pride Day e il cinquantesimo anniversario dei moti di Stonewall, Lil Nas X dichiara la sua omosessualità. Con una serie di tweet, chiarisce il significato dietro all’ultimo brano del suo EP 7, “C7osure (You Like)”, in cui confessa di voler lasciarsi alle spalle la paura e abbracciare una più autentica espressione di sé. Non è il primo artista della scena rap e hip hop a fare coming out, è però il primo a farlo con una visibilità così ampia e in maniera sfrontata, rifiutando di sottomettersi all’omofobia del settore o al disprezzo di una parte del pubblico, accogliendo senza edulcorazioni l’immaginario queer e l’estetica gender-fluid.

Il suo ultimo singolo: “Montero (Call Me By Your Name)”

Orgoglio e sfrontatezza sono anche le due caratteristiche del progetto “Montero (Call Me By Your Name)”, che già dal titolo unisce esperienza personale a cultura queer. Il singolo, di nuovo breve (supera di poco i due minuti), viene accompagnato da un video che ha già fatto storia nella rappresentazione queer mainstream. In un climax di riferimenti biblici che culmina nell’iconica scena della lap dance negli inferi, Nas ribalta i discorsi omofobi radicati nel pensiero religioso e si autoincorona nuovo Lucifero, libero dal terrore del giudizio e pronto a esprimere pienamente la propria identità.

La novità di Nas sta tutta nella volontà di farsi rappresentate tenace della queerness, una volontà che emerge chiara nella nota che Nas dedica al se stesso quattordicenne:

“So che abbiamo promesso di non fare mai coming out pubblicamente, so che abbiamo promesso di non diventare mai “quel” tipo di persona gay, so che abbiamo promesso di morire con quel segreto, ma questo aprirà le porte a molte altre persone queer per semplicemente esistere. Vedi, mi spaventa molto. La gente sarà arrabbiata, mi diranno che sto forzando le persone ad accettare i miei programmi. Ma la verità è che lo sto facendo. Sto forzando il programma di lasciare la gente fuori dalla cazzo di vita degli altri e smetterla di dettare chi dovrebbero essere. Ti mando amore dal futuro.”

Lil Nas X

È il passaggio dalla fase dell’autocoscienza e quella dell’orgoglio che va oltre il proprio orientamento sessuale e che si esprime in tutto lo spazio e l’immaginario occupato da Lil Nas X: che si tratti di ballare la pole dance sui tacchi, di rispondere a tono ai commenti insensati e omofobi di rabbini ortodossi o cattolici conservatori, o di limonare Dominic Fike nell’ultimo video alluncinato e psichedelico dei Brockhampton, “Count on Me”.

Siamo lontani dai tempi in cui gli artisti gay affermati erano costretti a rimanere chiusi nel proprio armadio, continuare a cantare di donne o mantenere i riferimenti al proprio orientamento lontani dalla sfera artistica. Siamo davanti invece al nuovo modello di artista queer, abile nel muoversi in un mercato le cui logiche di produzione e visibilità sono cambiate rapidamente negli ultimi anni. Che non si lascia intimorire dalla perdita di seguito e popolarità. Capace di utilizzare l’ironia come arma dissacrante. Di unire nella propria rappresentazione profondità di esperienza emotiva e senso di appartenenza. E per questo, il mio io diciassettenne esulta fragorosamente di gioia.

Vuoi ascoltare le canzoni di Lil Nas X? Puoi ascoltarle sul profilo Spotify del MiX.

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Italia, 2021: vogliamo vedere un altro film https://mixfestival.eu/italia-2021-vogliamo-vedere-un-altro-film/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=italia-2021-vogliamo-vedere-un-altro-film Wed, 07 Apr 2021 05:07:01 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5694 Ogni giorno nel nostro paese un uomo omosessuale si alza e sa che deve correre più velocemente del branco che lo prenderà a sassate. Dovrà baciare il suo ragazzo più velocemente dell’uomo della metropolitana che attraverserà i binari per dargli dei pugni in faccia.  Ogni giorno nel nostro paese una donna lesbica si alza e si accorge che non può...

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Aggressione omofoba a Roma

Ogni giorno nel nostro paese un uomo omosessuale si alza e sa che deve correre più velocemente del branco che lo prenderà a sassate. Dovrà baciare il suo ragazzo più velocemente dell’uomo della metropolitana che attraverserà i binari per dargli dei pugni in faccia

Ogni giorno nel nostro paese una donna lesbica si alza e si accorge che non può fare un acquisto online tra privati come chiunque altro, perché nei suoi confronti il venditore si sentirà libero di minacciarla di spaccarle la faccia e darle della “fallita, malata mentale, ebrea” (come se  essere ebrea, malata mentalmente o fallita fossero insulti, peraltro). Dovrà assumersi il rischio di indossare gli abiti che le piacciono di più, perché un passante potrebbe darle un pugno in faccia e sul costato solamente perché non condivide i suoi gusti in fatto di abbigliamento.

Ogni giorno nel nostro paese un ragazzo trans si alza e sa che dovrà scappare non solo dalla propria famiglia, ma anche dai servizi sociali che dovrebbero accoglierlo nella comunità per minori fatta apposta per chi viene allontanat* dalla famiglia. Però sa anche che non sarà facile trovare una casa perché l’essere trans offende le persone anziane, anche se le persone trans, a quelle anziane, non hanno fatto proprio niente. 

Ogni sera nel nostro paese una donna trans si prepara per uscire e sa che se andrà a bere in un locale, qualcuno potrebbe prenderla a schiaffi e lanciarle sedie

Il prezzo del biglietto

Potremmo continuare all’infinito, ma ci siamo stufat* di vedere questo film. È sempre uguale, sempre ugualmente insopportabile, sappiamo già come va a finire: che anche quando l’assassino viene scoperto, la passa liscia. Forse perché non era il maggiordomo, bensì il padrone. 

Il prezzo del biglietto di questo film lo stanno pagando le persone LGBTQ+, involontarie protagoniste di una sceneggiatura scritta da altri. Ma sappiamo bene che i film hanno il potere di trasformare i cuori e le menti delle persone e oggi, dopo più di vent’anni, il Senato della Repubblica può e deve cambiare la sceneggiatura, approvando senza indugio e soprattutto senza modifiche la proposta di legge Zan contro omolesbobitransfobia, misoginia e abilismo. 

La proposta di legge Zan

La proposta di legge Zan punisce con una aggravante penale gli atti omofobi, misogini e abilisti, ma questa nuova sceneggiatura non sarebbe solo un crime. Sarebbe anche una storia di formazione, perché la pdl contiene anche norme costruttive quali

  • la promozione sui territori di case rifugio per vittime di violenza omolesbobitrasfobica;
  • politiche attive per rimuovere le discriminazioni;
  • l’istituzione della giornata nazionale contro l’omolesbobitransfobia.

Sarebbe un film con ottime recensioni. Aspettiamo con trepidazione dunque oggi, quando nella writers room dell’ufficio di presidenza della Commissione Giustizia del Senato si deciderà se e quando incardinare la discussione all’interno della Commissione

La proposta di legge regionale

Questo film potrebbe essere avere un sequel, magari a puntate: è quello che chiedono i/le quasi 7000 lombard* che hanno firmato la petizione per una legge regionale per il contrasto all’omolesbobitransfobia. Una legge regionale non può e non deve modificare le norme penali, ma può e deve introdurre politiche attive che rimuovano le discriminazioni contro le persone LGBTQ+ e che promuovano una cultura di rispetto e misure di sostegno in nostro favore. 

L’eguaglianza non consiste nel trattare tutte le situazioni allo stesso modo: situazioni diverse vanno trattate in modo diverso. La pdl in questione introduce

  • incentivi sul lavoro (sì, le persone visibilmente queer hanno meno possibilità di trovare lavoro);
  • formazione del personale della pubblica amministrazione (sì, ci sono ancora dipendenti pubblici che non sanno come rivolgersi alle persone trans);
  • percorsi educativi nelle scuole (sì, i ragazzi e le ragazze queer vengono bullizzat* per il solo fatto di esistere, talvolta anche da parte del personale scolastico; e questo non aiuta certo a crescere in modo sereno);
  • sostegno economico agli eventi LGBTQ+, come per esempio al nostro Festival e gli altri festival di cinema e cultura queer, che ci aiuterebbero a raggiungere sempre più persone e diventare sempre di più un luogo dove si fa comunità e cultura a vantaggio di tutt*.

L’omolesbobitransfobia non è solo un problema delle persone LGBTQ+: è un problema della nostra società

La discussione sulla pdl Nanni non è stata nemmeno ancora calendarizzata. Ma non si dica che le priorità ora sono altre, perché il gioco di spostare l’attenzione sempre su altro non giova a nessun*, e anzi crea sempre più divisioni, conflitti e isolamento. E di stare in isolamento non ce la facciamo più, non ce la facevamo più già prima della pandemia.

Nel finale del film che vogliamo vedere, nel nostro paese e nella nostra regione un* giovane queer si alza e non ha bisogno di avere paura di esistere.

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Tommaso Zorzi, l’alimentazione equilibrata e i diritti LGBTQ+ https://mixfestival.eu/tommaso-zorzi-lalimentazione-equilibrata-e-i-diritti-lgbtq/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=tommaso-zorzi-lalimentazione-equilibrata-e-i-diritti-lgbtq Wed, 31 Mar 2021 08:42:00 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5676 Più di 30 anni fa lo scrittore Aldo Busi, ospite del Maurizio Costanzo Show, rivendicava il suo diritto ad essere se stesso senza dimostrarsi compiacente o rassicurante verso nessuno e arrivando persino a fare un orgoglioso elenco delle malattie veneree che nel corso della sua vivace vita sessuale aveva preso. Certamente un po’ disturbante per il pubblico tv dell’Italia di allora, ma il messaggio era, a mio avviso, molto chiaro: non gli...

L'articolo Tommaso Zorzi, l’alimentazione equilibrata e i diritti LGBTQ+ proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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Più di 30 anni fa lo scrittore Aldo Busi, ospite del Maurizio Costanzo Show, rivendicava il suo diritto ad essere se stesso senza dimostrarsi compiacente o rassicurante verso nessuno e arrivando persino a fare un orgoglioso elenco delle malattie veneree che nel corso della sua vivace vita sessuale aveva preso. Certamente un po’ disturbante per il pubblico tv dell’Italia di allora, ma il messaggio era, a mio avviso, molto chiaro: non gli chiedeva l’approvazione e non ne cercava la pietà, quindi non doveva scusarsi di nulla.

Il messaggio fu recepito bene anche da me, adolescente gay della profonda provincia italiana: “Ragazzo, tieni il mento bene in alto e sii orgoglioso di te stesso!”

Circa una settimana fa, sempre al Costanzo Show, tra gli e le ospiti della serata erano present* Giorgia Meloni e Tommaso Zorzi.

Chi è Tommaso Zorzi?

Tommaso Zorzi

Zorzi è un noto influencer originario di Milano con alle spalle studi in Economia e Business Management a Londra. È diventato famoso dopo aver partecipato al reality show “#Riccanza”, dedicato ai giovani e alle giovani più ricch* d’Italia. Dopo varie ospitate tv ha recentemente partecipato e vinto al “Grande Fratello Vip”.

Zorzi e il pudore nella televisione italiana

Zorzi ha conquistato il pubblico della trasmissione con il suo umorismo e la sua spontaneità, durante la quale non si è mai fatto problemi a manifestare pubblicamente i suoi bisogni, come quando avrebbe detto in diretta televisiva: “Ho voglia di cazzo”. Ora se l’ha detto non c’è nessun problema: noi lo sappiamo bene che non c’è nulla di male. Puoi aver voglia di bistecca e lo comunichi a chi ti è vicino, che magari qualcuno ti porge il piatto. Puoi aver voglia di patate e lo dici senza filtri. Puoi avere voglia di salame e, giustamente, lo comunichi perché, forse, qualcuno nei paraggi te lo offre.

In fondo, la televisione italiana – prima la commerciale, poi anche quella di Stato – da 40 anni a questa parte non ha fatto altro che solleticare le voglie dei maschi etero con balletti succinti di ragazze spesso appena maggiorenni, basta pensare alle soubrette de “Il Bagaglino”, di “Striscia la notizia” o alle Letterine di “Passaparola”. Certamente, milioni di uomini, seduti comodamente sul divano di casa propria avranno pensato: “Ho voglia di fica” in presenza delle loro mogli, amanti, figlie e/o amiche, le quali, suppongo, si sarebbero sentite umanamente vicine a una manifestazione così spontanea di un bisogno che è appunto primario, legittimo e del tutto naturale; non è vero?

Seguendo la stessa logica non c’è nulla di male se Zorzi, rinchiuso in uno studio televisivo che tenta di replicare uno spazio abitativo e che gioca sullo sfinimento psicologico dei partecipanti al fine di video-registrare questa o quella “perla” di saggezza, ha detto che ha voglia di cazzo.

Le mancanze di Zorzi

Ora se la voglia e il bisogno di cazzo sono legittimi (e lo sono ovviamente) come quella di bistecca, Zorzi dovrebbe capire che è anche importante il contorno, altrimenti quella bistecca può diventare indigesta. Del resto, i tedeschi, grandi mangiatori di wurstel, da secoli affiancano al loro piatto nazionale i crauti perché facilitano la digestione e stimolano il microbiota…

I crauti che forse mancano nel piatto di Zorzi sono la consapevolezza di quello che è e la responsabilità che probabilmente dovrebbe sentire, in quanto personaggio pubblico dichiaratamente gay, verso la sua comunità quando compare sul medium di massa per eccellenza che è la televisione, come detto da Pasolini nel 1971.

La gabbia dello stereotipo gay nella televisione italiana

Zorzi quando si è trovato in presenza di Giorgia Meloni al Costanzo Show, invece che cantare con lei sul palco, avrebbe dovuto usare la grande popolarità di cui gode al momento per farsi portavoce delle istanze di tutta la comunità in un momento cruciale come questo in cui la proposta di legge Zan contro l’omofobia, la misoginia e l’abilismo è arenata al Senato. Avrebbe dovuto farlo per la comunità a cui appartiene e, a mio avviso, anche per se stesso, al fine di sottolineare che forse non è disposto a incarnare solo lo stereotipo del gay carino, divertente, simpatico, rassicurante e talvolta irriverente come avrebbe fatto nella trasmissione “Le Iene” di due settimane fa dove, tra l’altro, siamo venuti a conoscenza del fatto che è imminente l’arrivo sul mercato di una linea di vibratori di cui è il designer. 

Zorzi non l’ha fatto perché, come molti gay del nostro paese, probabilmente non si vuole bene.  Come molti gay di questo paese forse crede di dover stare al suo posto, un posto che al momento è per lui certamente ben retribuito come del resto erano anche retribuiti i giullari delle corti medioevali.

Nel nostro paese è lunga la lista di personaggi pubblici gay “prêt-à-porter”. I più noti degli ultimi anni li conosciamo bene e sono tra gli ospiti più graditi nelle trasmissioni tv italiane di maggior successo. Trasmissioni in cui spesso i e le padron* di casa si ergono a paladin* dei diritti LGBTQ+ quando invece non farebbero altro che alimentare i peggiori stereotipi. Questi gay “prêt-à-porter” a volte hanno la parrucca, a volte si vestono da donna, a volte, come nel caso di Zorzi, rivendicherebbero il bisogno di cazzo, eppure sembra che abbiano difficoltà nel rivendicare con la stessa fermezza anche diritti irrinunciabili come quello di avere una legge che li tuteli da attacchi omofobi.

Il privilegio di Zorzi

Zorzi forse non capisce che le sue sacrosante voglie potrebbero anche mettere a rischio la sua vita come è successo a quei ragazzi aggrediti nella metro di Roma; ma il punto è che lui è un privilegiato perché è ricco, perché è una star tv e magari dopo quella puntata del Costanzo Show sarà anche andato a cena con “la Giorgia” e lei con fare confidenziale gli avrà sussurrato di quanto è simpatico il suo parrucchiere gay.

Tommaso Zorzi per “#Riccanza”.

Del resto anche nel film “Caterina va in citta” (Paolo Virzì, 2003) si parla di una società che non si divide più tra chi vota destra o sinistra, tra chi crede in questi o quei diritti quanto piuttosto in base al reddito, in base alla scelta del quartiere in cui abitare e alla meta della prossima vacanza: è assai probabile che Zorzi si ritroverà al fianco dell’ombrellone della Santanche il prossimo agosto.

Due problemi di rappresentazione

Ma il problema è rappresentato da chi, come pare faccia Zorzi, non ha interesse ad affrancarsi da un certo tipo di immagine stereotipata e non ha interesse a rivendicare con fermezza i propri diritti, oppure è rappresentato dalla televisione italiana che è la più grande industria produttrice di cultura mainstream del nostro paese?

I protagonisti sembrano cambiare ma in realtà è in atto una costante replicazione dell’immagine dello stesso personaggio gay, anche se declinata in colori diversi, un po’ come ha fatto Andy Warrol con la produzione ossessiva dello stesso fotogramma di star come Marilyn Monroe:  

“Nella fissità di un’immagine che replica all’infinito la vacuità di una vita di celluloide, forse Marilyn cerca sé stessa, senza trovarsi mai”

Andy Warrol

C’è da chiedersi se siamo le vittime o i primi carnefici di noi stessi…

L'articolo Tommaso Zorzi, l’alimentazione equilibrata e i diritti LGBTQ+ proviene da MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ e Cultura Queer.

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