Festival MIX Milano di Cinema Gay Lesbico e Queer Culture https://mixfestival.eu Festival MIX Milano di Cinema Gay Lesbico e Queer Culture // 32 edizione // 21-24 Giugno 2018 // Piccolo Teatro Strehler e Piccolo Teatro Studio Melato. Il Festival del Cinema LGBT della città di Milano. Wed, 12 May 2021 15:16:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.6.4 Occupa l’arte per non metterla da parte https://mixfestival.eu/occupa-larte-per-non-metterla-da-parte/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=occupa-larte-per-non-metterla-da-parte Wed, 12 May 2021 15:16:56 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5783 L'articolo Occupa l’arte per non metterla da parte proviene da Festival MIX Milano di Cinema Gay Lesbico e Queer Culture.

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Sono oltre 300mila i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo (Istat 2019) che versano in condizioni economiche di estrema vulnerabilità a seguito dello scoppio della pandemia di Covid19 oltre un anno fa. Il divieto di spettacoli e concerti dal vivo, la chiusura di sale, ma anche quella delle scuole ha messo in ginocchio tutte le professionalità del comparto produttivo culturale: non solo attori e attrici, ma anche costumist*, scenograf*, regist*, tecnic* suoni e luci, facchin*, chi si occupa di montaggio di scena (e che lavora anche per le fiere), chi fa musica in ogni luogo in cui c’è musica, dai concerti ai ristoranti.

La condizione di stop forzato per questo settore che non si ferma mai – perché ci intrattiene quando siamo in vacanza, quando usciamo di sera, quando non lavoriamo, quindi quando smettiamo di essere produttiv* e ci dedichiamo alla nostra cura e cibo per la mente – ha permesso di fare luce sulle criticità tipiche delle condizioni strutturali del settore e che la pandemia ha solamente aggravato. 

La gestione politica – dapprima emergenziale, ma poi consolidatasi – della pandemia ha mostrato quanto nel nostro sistema si privilegi la produttività economica, si dia un’importanza secondaria e si trascuri la crescita culturale di un paese. E non si parla solo di spettacolo: anche la scuola è stata considerata meno importante della fabbrica. Eppure, se durante il lockdown non ci fossero state le arti, i film, la musica e l’intrattenimento, cosa ne sarebbe stato di noi? 

Per attirare l’attenzione pubblica e per fare rete – secondo l’ottica che solo con la solidarietà e l’unione si possa combattere e vincere – nel 2021 a Milano il Coordinamento Spettacolo Lombardia ha occupato il chiostro del Piccolo Teatro Grassi in via Rovello per 39 giorni. L’occupazione è stata ovviamente viva e creativa con un palinsesto ogni giorno diverso, un momento di grande fermento per la città, un’esperienza unica nata sull’urgenza ma destinata a fare un pezzo di storia di Milano. Ora l’occupazione è finita e le sue rivendicazioni politiche sono giunte a Roma facendo rete con altre organizzazioni simili su tutto il territorio nazionale.

Per saperne di più di quei giorni abbiamo intervistato Francesca Biffi, attrice, scenografa, costumista (in una parola: teatrante), membro del Coordinamento Spettacolo Lombardia. Ha fondato una compagnia teatrale ma non ha voluto dirci quale, perché ha voluto darci il suo contributo come membro del CDS, che non vuole attirare l’attenzione su una specifica realtà teatrale ma vuole appunto fare rete ed esprimere collettivamente la voce del settore.

Francesca, da quanto tempo fai questo lavoro e su cosa stavi lavorando quando è iniziata la pandemia? 

Faccio questo lavoro da circa 15 anni. Quando è cominciata la pandemia avevo in partenza una tournée di uno spettacolo di cui sono attrice e regista. Dopo i mesi di stop, questo spettacolo viene costantemente riprogrammato, ma le date continuano a saltare: proprio ieri due repliche di fine maggio che avevo programmato in Friuli sono saltate perché l’amministrazione comunale non se l’è sentita. Lo spettacolo era per le scuole superiori, un ambito molto sensibile, e,  essendo il teatro una sala comunale, l’amministrazione ha preferito che le scuole non partecipassero: nelle scuole ci sono ancora contagi, il teatro per ragazzi sta soffrendo in modo ancora più profondo. È comprensibile, ma fatto sta che spesso ci saltano le date in pochissimo tempo, per esempio 20 giorni prima dello spettacolo: programmare è veramente difficile.

Come è stata la tua vita da quanto è iniziata la pandemia? Da lavoratrice dello spettacolo come te la sei vissuta, sia dal punto di vista economico che da quello emotivo e creativo?

Hanno dato in totale 5 ristori alla categoria, l’ultimo a marzo 2021. Io sono una delle fortunate perché a oggi ho percepito tutti i bonus che sono stati erogati, anche se questi bonus non sono stati erogati con regolarità e, anzi, ci sono state incertezze continue: fino a 15 giorni prima non sapevamo se li potevamo ricevere oppure il bonus di agosto non veniva dato a chi aveva lavorato anche solo per un giorno. Bastava un giorno di lavoro per poter non accedere al bonus tout-court. Per fortuna hanno cambiato questa norma folle perché si sono resi conto in corso d’opera che nel nostro lavoro è proprio così, a volte lavori un giorno solo al mese e di certo non basta per vivere. 

Diciamo che i DPCM contenevano errori grossolani, che danno l’idea di quanto poco la politica conosca il settore dello spettacolo. Nel settore dello spettacolo dal vivo diverse giornate lavorative non emergono: per esempio tutti i lavori fatti per le scuole o per le amministrazioni comunali non rientrano nel conteggio delle giornate, perché queste non sono imprese di spettacolo e non possono assumerci.  Inoltre, molte cose di cui ci occupiamo non sono comprese nell’elenco dei codici Empals che ci permetterebbero di maturare contributi, basti pensare alle attività di formazione teatrale. Anche se noi siamo praticamente tutti e tutte anche insegnanti di teatro, i giorni in cui insegnamo non vengono conteggiati come giorni lavorativi da lavoratori e lavoratrici dello spettacolo. Tuttavia, i bonus venivano calcolati sulle giornate lavorate pre-pandemia. Inoltre non consideravano anche chi ha usufruito di casse integrazioni. Un esempio è quello dei clown di corsia, che sono a contratto con associazioni, ma non con specifica professionale di lavoratore dello spettacolo.

Dal punto di vista emotivo e creativo, durante i primi mesi sono entrata in una bolla di sopravvivenza a livello creativo, mi sono isolata per cercare di tenermi a galla. Io faccio tanto con le mani e questa cosa mi è mancata da morire: il silenzio in cui lavoro io è pieno di trapani e martelli e volevo quello, mentre il silenzio non cercato ma creato dal lockdown era inquietante

Ho cominciato a scrivere e ricominciato a disegnare, ho creato dei libri, ho creato un blog dove si potevano scaricare libri per bambini e poi ho cercato di ricominciare a lavorare come potevo, programmando e calendarizzando spettacoli, ma la litania era sempre la stessa: “Lo facciamo a settembre, lo facciamo dopo…” 

Un mese dopo l’inizio della pandemia, ad aprile 2020, sono entrata nel movimento Attrici e Attori Uniti, che è un pezzo del Coordinamento Spettacolo Lombardia. Ciò mi ha permesso di capire anche gli errori che facevo nel mio lavoro in quanto non consapevole su come tutelarmi. Per il Coordinamento sono stata fra i e le referenti del tavolo Manifesto: abbiamo iniziato a scrivere un documento di richieste su cosa sarebbe utile per riformare il settore, unificando tutti i documenti e gli spunti provenienti dagli avamposti dei territori in tutta italia (dai tecnici alle sarte); da questa intelligenza collettiva ed esperienza condivisa è nata la proposta di riforma che abbiamo presentato in Parlamento.

Perché il Coordinamento Spettacolo Lombardia ha occupato il Grassi Il 27 marzo 2021?

Il Coordinamento è nato il 30 maggio 2020 e, appena finito il lockdown, ha deciso di fare manifestazioni in ogni regione, dato che non ci si poteva ancora spostare da una regione all’altra. Il percorso è stato fulmineo e fin da subito pieno sia di difficoltà sia di frutti, da sempre convinti che la radice era comune per tutti: il percorso è poi continuato in varie manifestazioni anche nei confronti di Regione Lombardia, che non ci hai mai ascoltati.

Il 27 marzo abbiamo occupato il Piccolo Teatro Grassi non solo per segnalare l’ennesima “finta” riapertura del paese. C’era fermento in tutta Europa. in Francia molti teatri sono stati occupati e questo ci ha dato la spinta decisiva. L‘occupazione ci ha fornito un luogo di partecipazione e di confronto. È un anno che ci parliamo via webcam. Volevamo aprire il teatro a uno scambio sia con la cittadinanza (sempre tamponati, distanziati e con un numero massimo di accessi) sia tra operatori, che fosse uno spazio, ma anche un momento, dove parlarsi e confrontarsi. Fino a quel momento siamo stati inscatolati – chi dentro i propri teatri chiusi, chi online – e sentivamo la necessità di incontrarci.

Il momento è anche decisivo per l’attenzione pubblica e politica. Per riformare il settore dello spettacolo negli ultimi 50 anni è stata presentata solo una proposta di legge, mentre solo quest’anno fra Camera e Senato ne hanno presentate cinque. Queste proposte però non riflettevano le nostre esigenze. Sapevamo che il Ministro aveva nominato un gruppo di sette esperti incaricandoli di fare sintesi fra le diverse proposte di legge ed eravamo consapevoli che, se avessimo voluto incidere sul processo, avremmo dovuto portare la nostra esperienza concreta di operatori e operatrici e rappresentare con la nostra voce le criticità del settore. Non potevamo perdere tempo. Era il momento di dire la nostra, entrare a gamba tesa nel processo di definizione della legislazione che ci riguarda. 

Raccontaci di quei 39 giorni: cosa succedeva? Come venivano organizzate le varie iniziative di spettacolo? Qual era la tua giornata tipo? 

Tenere un’occupazione per 39 giorni non è facile, ma è stata molto vivace, come doveva essere. Non siamo stati soli però: abbiamo convissuto con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti, gli studenti universitari, i lavoratori dell’arte contemporanea. Il gruppo che organizzava le giornate era di circa 50 persone, che offrivano disponibilità e competenze diverse, in base all’argomento affrontato in quel giorno.

Io mi sono occupata della parte politica e del confronto con i piccoli spazi e i teatri medio piccoli, con cui lavoro come scenografa. Gli spazi culturali e i teatri sotto i 100 posti non sono proprio stati considerati dai bonus, come se non esistessero. Di questi posti, dove si fanno arte e cultura reali e accessibili, non se ne conosce la potenza sociale. Non credo nemmeno ci sia un vero interesse politico di farli ripartire.  

Abbiamo deciso da subito due linee di comunicazione: una molto pratica e puntuale sulla proposta di riforma, che comprendesse l’intero settore (sostegno ai singoli lavoratori e lavoratrici ma anche agli spazi quali teatri, compagnie, piccole sale) e una rivolta alla cittadinanza. Abbiamo organizzato perfomance artistiche, eventi aperti di diverso tipo come a una bellissima giornata sull’editoria indipendente che è stata molto partecipata, concerti, e spettacoli. L’ATIR, per esempio, ha fatto una performance con i ragazzi di uno spettacolo che a causa della pandemia non è mai andato in scena. Eventi importanti perché la cittadinanza mostrasse solidarietà, ci desse sostegno e appoggio, capisse cosa stavamo facendo e perché.  Per noi occupare un teatro come il Piccolo è stata una responsabilità. Avere il supporto dei milanesi e poter parlare anche mediante la loro voce è stato fondamentale.

Ricordo quando, in occasione della performance sulla sartoria e su Maria Lai ispirata al suo abbraccio alla montagna, ossia l’ultima dell’occupazione, fisicamente ma anche simbolicamente abbiamo abbracciato tutto il chiostro. In un’intervista a Radio Popolare il giorno prima avevo chiesto agli ascoltatori e alle ascoltatrici di portarci delle stoffe, se ne avevano. Un signore anziano è arrivato nel chiostro e ha chiesto apposta di me, mi ha portato un sacco di stoffe stirate: ha detto che ne aveva altre ma essendo venuto in tram il sacco si sarebbe fatto troppo pesante. Ho pensato a quando, il giorno prima, forse insieme alla moglie, le ha messe via per noi. È stato commovente

Ora avete presentato le vostre priorità per la riforma del lavoro nel settore dello spettacolo. Quali sono queste priorità e che prospettive ci sono per il loro accoglimento? 

Abbiamo presentato le nostre osservazioni a diversi onorevoli e siamo riusciti a consegnarla a Roberto Rampi della VII Commissione Cultura del Senato, che si è preso l’impegno di portarla avanti in Parlamento. Il nostro è un contributo molto solido perché è fatto dall’esperienza di chi questo lavoro lo fa e lo vive. Per esempio, la legge dovrebbe riconoscere ai lavoratori di questo settore l’intermittenza: in Italia intermittenza è il nome di un contratto e, per giunta, molto lesivo, perché indica la natura del nostro lavoro e non può indicare la natura del nostro contratto, mentre in altri paesi, come in Francia, è il nome di una condizione. Noi abbiamo bisogno di una indennità di discontinuità che copra quei periodi in cui non è vero che non lavoriamo: lavoriamo lo stesso ma ciò non risulta da nessuna parte. In quei momenti ci formiamo oppure creiamo proprio i nostri spettacoli. È lì che noi muoviamo (e a nostre spese: pochissim* di noi riescono ad accedere alla NASPI) l’economia degli altri settori, mica stiamo ferm*!

Prima ancora dell’indennità di discontinuità bisogna uniformare la nostra fiscalità: all’interno delle professioni dello spettacolo una stessa persona fa diversi mestieri, ma i contributi non vengono versati nella stessa cassa, talvolta siamo obbligati ad aprire la partita iva anche se di fatto siamo sempre subordinati, non decidiamo noi i nostri orari e, talvolta, non possiamo nemmeno decidere sul nostro aspetto! Il problema reale con riferimento ai contributi è che alcuni sono di competenza dell’ex Empals, altri vanno sotto la gestione separata INPS. Ciò perché i codici ex-Empals assegnati alle varie professioni dello spettacolo sono vecchi e non comprendono tutti i lavori che facciamo. Per esempio, c’è ancora il codice per gli attori di fotoromanzo, mentre manca un codice per chi insegna a un corso di teatro. Versando in casse diverse e che non si possono unire, non raggiungiamo mai il monte ore necessario per poter beneficiare delle tutele, come quella della maternità.

Sarebbe fondamentale istituire uno sportello di assunzione diretta, che permetta ai committenti di spettacolo (dai ristoranti che offrono musica dal vivo alle scuole, e non solo per teatri e per comuni) di assumere tutte le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo, pagare loro i contributi,  dare loro un’agibilità relativa. Una grande impresa di spettacolo mi paga i contributi, ogni altro committente no: dobbiamo quindi farci assumere da una cooperativa di lavoratori dello spettacolo, che diventa il nostro datore ai fini previdenziali. Tuttavia non tutte le cooperative sono oneste: alcune offrono contratti intermittenti a tempo determinato. A chi dice che potremmo pagarceli da noi i contributi, rispondo che l’’auto-versamento contributivo funzionerebbe in un mondo ideale, ma nella realtà non siamo l’elemento debole dello scambio domanda/offerta: la contrattazione diventa difficile perché ci porta a considerare quei contributi all’interno dei costi. Nel mondo della musica, dove esiste l’autoversamento contibutivo, il nero è aumentato.

Infine vogliamo che sia introdotto il concetto di responsabilità occupazionale, e che venga rispettato soprattutto dai grandi enti corporate (grandi eventi, fiere etc) o che percepiscono fondi pubblici ,in modo che la sorveglianza sia efficiente, prevedendo controlli e vigilanza sull’utilizzo dei fondi pubblici. L’osservatorio nazionale per lo spettacolo dal vivo e per l’audiovisivo esiste dal 2018 ma non è mai stato attivato. Secondo noi, oltre a partire, dovrebbe essere affiancato da osservatori regionali che facciano una mappatura delle realtà esistenti sui territori.

Bauli in piazza

Il nostro percorso non è finito. Abbiamo terminato la parte sulla quale sapevamo che le proposte di legge avrebbero stretto la cinghia, cioè il trattamento retributivo, ma vogliamo contribuire su tutta la riforma del sistema dello spettacolo: fondi pubblici, circuitazione e come elargire in modo differente i fondi FUS, poiché attualmente i parametri sono sbilanciati a favore della copertura dei costi amministrativi, non creativi. Sappiamo che arriveranno altre proposte di legge, quindi insieme ad altri gruppi regionali e nazionali, teatri, spazi e compagnie porteremo avanti questo lavoro. Per il momento abbiamo visto la bozza della legge delega e già ci sono cose che vanno riviste. Speriamo che tutto il lavoro che stiamo facendo possa portare all’ascolto della nostra voce e a cambiamenti concreti nelle nostre vite.

Anche Fedez dal palco del primo maggio, prima di parlare del ddl Zan ha ricordato la grave situazione in cui versano lavoratrici e lavoratori del settore.

Possiamo evolverci come società, e godere della bellezza e dell’arte, solo se solleviamo l’industria creativa dalle preoccupazioni causate da una vita precaria, instabile e, talvolta, invisibile alle autorità. Per questo il MiX Festival appoggia le richieste del Coordinamento Spettacolo Lombardia e l’esperienza dell’occupazione come momento di rivendicazione. Del resto anche (alcuni di) loro appoggiano le nostre.

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La storia di Paola Senatore https://mixfestival.eu/la-storia-di-paola-senatore/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-storia-di-paola-senatore Wed, 05 May 2021 06:54:52 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5701 Il nome di Paola Senatore, a tanti, può dire poco, anzi pochissimo. Eppure è stata una delle attrici che hanno fissato l’immaginario erotico del cinema nostrano a cavallo tra gli anni 70 e 80. Una bellezza marcata, forte delle sue origini mediterranee che le hanno fornito una folta chioma ramata abbinata a uno sguardo dai toni chiari, smeraldini.  Molti aspetti...

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Il nome di Paola Senatore, a tanti, può dire poco, anzi pochissimo. Eppure è stata una delle attrici che hanno fissato l’immaginario erotico del cinema nostrano a cavallo tra gli anni 70 e 80. Una bellezza marcata, forte delle sue origini mediterranee che le hanno fornito una folta chioma ramata abbinata a uno sguardo dai toni chiari, smeraldini. 

Molti aspetti della sua vita intima sono confinati nella più stretta riservatezza. Oggi, con piglio fermo, screma proposte e rifiuta inviti da parte di nostalgici per celebrare la sua carriera, impressa in quella cinematografia «bis» che da più di vent’anni sta via via tornando alla luce grazie a validi cultori dei generi.

Ma torniamo a lei. L’ultima intervista, delle pochissime rilasciate in tempi recenti, è uscita nel 2019 sul Corriere della Sera, dove ha raccontato parte del suo percorso artistico intrecciandolo con gioie e ferite di un privato lacunoso che in parte deve restare tale.

Un’infanzia difficile

L’infanzia di Paola, come racconta lei stessa, fu particolarmente carica di difficoltà, specie nel periodo della prima giovinezza, quando venne messa in un collegio di monache per volere della madre, bramosa di ritrovare quella libertà che per tanto tempo le fu negata.

Nata il 9 novembre 1949, Paola è frutto di un amore malvisto dalla facoltosa famiglia calabrese della madre, la quale avrebbe dovuto sposare un nobiluomo molto più anziano di lei, e ribellatasi alle etichette borghesi per un bel giovane di estrazione sociale inferiore. Rimasta incinta, la donna diede alla luce Paola a Roma, dove fu mandata presso alcuni parenti.

Nell’interregno delle comprimarie

L’ingresso nel mondo del cinema arriva per puro caso. Siamo agli inizi degli anni 70. Paola, raggiunta la maggiore età e sbocciata in una bellezza sanguigna, comincia ad affrontare i primi ruoli sui set: “Storia di una monaca di clausura” di Domenico Paolella, “Diario segreto di un carcere femminile” di Rino Di Silvestro, “L’assassino ha riservato nove poltrone” di Giuseppe Bennati, “L’erotomane” di Marco Vicario. E, parallelamente, la sua figura prosperosa viene immortalata sulla copertina del mensile “Playmen” per tre volte nell’arco di dieci anni (1974, 1978, 1984). 

Stiamo parlando di un periodo in cui a dominare manifesti e cartelloni c’erano i volti di Edwige Fenech, Gloria Guida, Barbara Bouchet, Nadia Cassini, Janet Agren… Paola veniva relegata perlopiù in ruoli secondari, a partecipazioni speciali; era maggiormente legata all’interregno delle comprimarie come Lorraine De Selle, Jenny Tamburi, Annie Belle, Sonia Viviani.

La svolta nel cinema con “Action” e “Nenè”

Sarà Tinto Brass, dopo una comparsata in “Salon Kitty” (1975), a darle maggiore risalto nell’“incompreso” “Action” (1979), con un piccolo ruolo che diverrà però immagine-simbolo della locandina del film: Paola, nel ruolo della fotomodella Ann, ex moglie del protagonista (Luc Merenda), in mezzo a un cimitero, vestita di nero, mani giunte, gamba sinistra alzata con autoreggente e tacco a spillo che si poggia sulla lapide di una tomba.

Ma il vero fiore all’occhiello della sua filmografia rimane “Nenè” (1977) di Salvatore Samperi, nel ruolo della mamma del piccolo protagonista irretito dai vizi di Leonora Fani, altra stellina erotica di quegli anni che per un breve periodo godette di buona notorietà.

Dai confini della commedia scollacciata alle soglie dell’hard

Dopo queste esperienze, Paola viene ricollocata nel recinto delle caratterizzazioni da commedia scollacciata (“L’infermiera di notte”, “Dove vai se il vizietto non ce l’hai?”, “La settimana al mare”) pur ritrovando qualche tenue bagliore da protagonista lussuriosa nel nunsploitation (“Immagini di un convento”), da vittima sacrificale nel cannibal movie (stracultissima la sequenza della sua uccisione in “Mangiati vivi!”) o da rappresentante di un erotismo ingrigito e decadente (“Malombra”, “Maladonna”).

A metà anni 80, mentre i suoi servizi fotografici cominciano sempre più a varcare la soglia dell’hard (storici quelli sulla rivista “Le ore”, alcuni dei quali in coppia con Karin Schubert, altra vittima del sistema), Paola gira il suo primo – e unico – film pornografico: «per vendetta», dice. Da diverso tempo aveva cominciato a fare uso di stupefacenti e le voci nell’ambiente cominciarono a moltiplicarsi sul fatto che si fosse data alle luci rosse per comprarsi «la dose» (sorte analoga a quella delle compianta Lilli Carati).

Il perdono verso tutto, tutti e se stessa

Tutto precipita il 13 settembre 1985. Paola viene arrestata per possesso e spaccio (un errore di stampa che lei ha sempre smentito con fermezza) di droga, condannata a cinque mesi di reclusione nel carcere di Rebibbia più un anno di arresti domiciliari. Da questo momento la sua vita slitta nel cambiamento; scopre la gioia della fede mentre si trova in cella di isolamento, come ha raccontato lei stessa al Corriere della Sera:

«Ad un certo punto sentii una voce potente che diceva questo: “Non tutto il male viene per nuocere. Di lì a poco sentii tremare tutto, poi un gran senso di pace»

Paola Senatore

Un atto di conversione che la porta alla pratica attiva della preghiera, a rimodellare un vita e una carriera che non le appartenevano più, pur non rinnegando niente, nemmeno alcuni titoli cui ha preso parte, perché ha perdonato tutto, tutti, «anche me stessa».

Paola Senatore oggi

Scontata la pena le offrirono intriganti contratti lavorativi ben retribuiti, ma li rifiutò tutti. Aveva deciso di abbandonare definitivamente celluloide, riflettori e set per intraprendere il suo nuovo, inedito, cammino spirituale. Quasi 36 anni trascorsi rilasciando pochissime interviste – si contano su una mano -, nessun tipo di ospitata festivaliera o televisiva in omaggio a film “di culto” o a cineasti nostrani  “riscoperti”, e su Facebook tiene simpaticamente a bada gli estimatori che calcano troppo la mano sul suo passato.

Una fenice risorta dalle ceneri: «Vorrei che altri si confrontassero con quello che ho vissuto io. Perché il mio vissuto, la mia conversione, possono essere di tutti». Oggi Paola vive ancora nei pressi di quella Roma che le ha dato i natali, occupandosi di volontariato e assistenza verso persone con disabilità. Pochissime le foto attuali che la ritraggono, giusto un paio scattate diversi anni fa: sempre col sorriso e con quella chioma ambrata che le ha ritagliato un piccolo e accogliente spazio nella platea del «nostro» spericolato cinema di genere.

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(Ri)definire la queer art https://mixfestival.eu/ridefinire-la-queer-art/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=ridefinire-la-queer-art Tue, 27 Apr 2021 20:12:40 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5734 La queer art è una corrente che si riferisce a tutte quelle pratiche artistiche contemporanee che rappresentano il mondo LGBTQIA+. Dal 2017, la corrente vede come protagonist* artist* queer di colore. Questa fioritura, durante la pandemia, è stata possibile grazie ai social media e a tutti i mezzi digitali che consentono una larga diffusione di immagini o video e ha...

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La queer art è una corrente che si riferisce a tutte quelle pratiche artistiche contemporanee che rappresentano il mondo LGBTQIA+.

Dal 2017, la corrente vede come protagonist* artist* queer di colore. Questa fioritura, durante la pandemia, è stata possibile grazie ai social media e a tutti i mezzi digitali che consentono una larga diffusione di immagini o video e ha portato a un allargamento del proprio pubblico. La queer art è il fenomeno storico-artistico del XXI secolo.

Quest’onda di (ri)affermazione degli artisti di colore è dovuta, anche, al movimento Black Lives Matter, che nell’ultimo anno – dopo l’omicidio di George Floyd – ha riempito le piazza di tutto il mondo.

La fusione della tematica lgbtq+ e il movimento Black Lives Matter porta con sé la spinta per un rinnovamento della corrente con nuove narrazioni lontane da quelle mainstream bianca gay europea o angloamericana.

Artist* emergenti stanno diventando le nuove voci della queer art e presto il mondo avrà occasione di conoscerl* meglio grazie alle future mostre internazionali pianificate per il 2021.

Shantell Martin

Chi è Shantell Martin?

Shantell Martin nasce nel 1980 a Londra ma ora vive a New York. È molto seguita sui social media: ha 123 mila di follower su Instagram e 17 mila su Facebook. Il pubblico la conosce soprattutto per i suoi disegni di grandi dimensioni realizzati in bianco e nero. Espone in musei e mostre e collabora con brand commerciali internazionali. Tra questi ricordiamo PUMA, Tiffany& CO, Vespa e Addidas.

Fluidità in mostra

Le opere nella sua ultima mostra del 2019 alla Denver Art Museum hanno riempito le pareti e i soffitti del museo, esplorando i concetti di intersezionalità, identità e gioco. La particolarità della mostra è quella che non sono stati mantenuti gli stessi disegni per tutta la durata della mostra, ma venivano cambiati per illustrare il concetto di identità fuida.

Rafa Esparanza

Chi è Rafa Esparanza?

Rafa Esparanza è un* performer visuale queer, coetane* di Shantell Martin, e lavora a Los Angeles. La sua arte include installazioni e perfomance che fanno uso di mattoni. Lavora inoltre su parchi pubblici, giardini e gallerie d’arte. I suoi lavori riflettono tematiche politiche e ambientali come studi di genere, l’etnia, e l’immigrazione, fino a toccare ambiti della propria vita personale come la colonizzazione, la sessualità maschile e la famiglia.

La narrazione dell’immigrazione fuori dal mainstream

Spesso è intervenuto contro la narrazione mainstream dell’immigrazione perpetrata dai bianchi all’interno del mondo dell’arte. Nel 2020 partecipa al progetto High Line Plinth Commission di New York – un’associazione che si occupa di gestire il parco d’arte sopraelevato di Manhattan. Rafa Esparza si è ispirato alla tradizione olmeca per costruire un monumento distorto.

Nina Chanel Abney

Chi è Nina Chanel Abney?

Nina Chanel Abney è un’artista americana nata a Chicago ma ora vive e lavora a New York. Da sempre convinta di essere un’artista, sostiene di aver faticato molto prima di trovare la sua voce. Il lavoro di Abney è specialmente costituito da dipinti e murales di grandi dimensioni.

Temi sociali in chiave pop

Nei suoi lavori vengono utilizzati colori vivaci per rappresentare argomenti e tematiche complesse come l’omofobia e la politica. L’uso dei colori permette di leggere le sue opere in chiave pop. L’ultima sua esposizione si è svolta nel 2019 alla Purchase College. Le sue opere sono parte della collezione del Whitney Museum of American Art, Brooklyn Museum e Bronx Museum.

Zanele Muholi

Chi è Zanele Muholi?

Fotograf* e attivista per la visibilità delle persone lesbiche del Sudafrica, Muholi è non-binary. In un’intervista rilasciata per la 58^ Biennale di Venezia- nella quale ha esposto i suoi lavori- ha esplicitato la sua preferenza per essere definit* come attivista visuale. È parte del gruppo fondatore di Forum for the Empowerment of Women e di Inkanyiso, una piattaforma dedicata all’attivismo visivo queer. I suoi lavori si focalizzano sulla razza, il genere, la sessualità e il corpo.

Celebrazione LGBTQIA+ del Sudafrica

La mostra organizzata alla TATE di Londra raccoglie tutto il suo lavoro dagli inizi del 2000 fino ai giorni nostri e celebra le persone di colore, appartenenti alla comunità LGBTQIA+ in Sudafrica, che nonostante le promesse di uguaglianza del 1996, sono ancora soggette a violenze e pregiudizi.

Laura Aguilar

Chi è Laura Aguilar?

Mancata due anni fa, Laura viene considerata la pioniera della fotografia lesbica. Affetta dalla nascita da dislessia uditiva, ha mostrato subito interesse per la fotografia, dando voce alle lesbiche di origine sudamericana e alle coppie afroamericane, le quali, nell’arte occidentale europea contemporanea, difficilmente trovano spazio.

Annullare le asimmetrie sociali e di potere

Gli obiettivi dell’artista sono annullare la prassi tra chi è dietro l’obbiettivo e chi è davanti, eliminando così la discrepanza di potere e dando voce a tutte quelle comunità gay e lesbiche afroamericane che vengono emarginate. I lavori di Laura Aguilar sono stati esposti alla Biennale di Venezia, Los Angels Photography Center e University of Illinois a Chicago. La mostra “Laura Aguilar: Show and Tell” alla Leslie Lohman Museum of Art racchiude 70 opere che coprono i suoi lavori dagli anni 70 agli inizi del 2000.

Julie Mehretu

Chi è Julie Mehretu?

Conosciuta a livello internazionale, l’artista etiopie Julie Mehretu è stata citata dal Time come la persona più influente del 2020. La sua pittura – attraverso paesaggi su più strati a larga scala – raffigura i cambiamenti socio-politici della società urbana, come il capitalismo, la guerra e la diaspora. Più recentemente l’artista si è avvicinata alla fotografia per rappresentare i conflitti e le ingiustizie sociali.

Arte come mezzo di riflessione

La pratica artistica di Mehrentu è quella di utilizzare la pittura, il disegno e l’incisione come mezzo di riflessione sulla condizione contemporanea dell’individuo queer. Ha inoltre esposto alla 58^ Biennale di Venezia.

Ecco alcun* artist* queer selezionat* da MiXArt, un’agenda d’arte dentro la rassegna cinematografica MiX Festival di Milano.

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Lil‌ ‌Nas‌ ‌X‌ ‌e‌ ‌la‌ ‌rivoluzione‌ ‌del‌ ‌nuovo‌ ‌artista‌ ‌queer‌ ‌ https://mixfestival.eu/lil%e2%80%8c-nas-x-%e2%80%8ce-%e2%80%8cla-%e2%80%8crivoluzione-%e2%80%8cdel-%e2%80%8cnuovo-artista-%e2%80%8cqueer%e2%80%8c%e2%80%8c/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lil%25e2%2580%258c-nas-x-%25e2%2580%258ce-%25e2%2580%258cla-%25e2%2580%258crivoluzione-%25e2%2580%258cdel-%25e2%2580%258cnuovo-artista-%25e2%2580%258cqueer%25e2%2580%258c%25e2%2580%258c Wed, 21 Apr 2021 06:03:30 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5709 Il giorno in cui è uscito, ho visto il video di “Montero (Call Me By Your Name)” di Lil Nas X almeno cinquanta volte. Non mi capitava dal 2009, quando rimasi un giorno interno a riguardare “Bad Romance” di Lady Gaga. Ero un diciassettenne omosessuale di provincia alla disperata ricerca di riferimenti. E fronteggiavo la mancanza di artisti LGBTQIA+, popolari...

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Il giorno in cui è uscito, ho visto il video di “Montero (Call Me By Your Name)” di Lil Nas X almeno cinquanta volte. Non mi capitava dal 2009, quando rimasi un giorno interno a riguardare “Bad Romance” di Lady Gaga. Ero un diciassettenne omosessuale di provincia alla disperata ricerca di riferimenti. E fronteggiavo la mancanza di artisti LGBTQIA+, popolari e fieri, con l’idolatria sfrenata per tutte quelle rappresentanze del pop che hanno accolto l’estetica queer (o meglio, se ne sono appropriate?) come parte del loro immaginario. Vedere una giovane popstar apertamente gay che, all’apice della carriera, racconta senza filtri di sesso e romanticismo queer sfidando la malcelata omofobia del settore, ha mandato fuori di testa l’adolescente di provincia rinchiuso nel sottoscala della mia mente. Ancora di più, vederlo debuttare al primo posto nella Billboard Hot 100, mi ha riempito il cuore di felicità.

Chi è Lil Nas X?

Ma andiamo con ordine. Per quelli di voi che negli ultimi tre anni hanno vissuto da naufraghi su un’isola deserta, faccio un recap della storia di Lil Nas X, emblematica per capire come sono cambiate le dinamiche del successo nel mercato discografico e la rappresentazione dell’identità sessuale tra artist* della Gen Z.

Nato nel 1999 ad Atlanta, Montero Lamar Hill sogna da bambino di diventare chirurgo cardiovascolare, prova con il college ma abbandona dopo pochi mesi per dedicarsi alla musica. Senza un soldo, una dimora fissa e il supporto della famiglia, inizia a studiare il mondo dei contenuti sul web. Su Facebook, Twitter e Vine crea una piccola community con cui condivide contenuti ironici e demenziali; a giugno 2018 pubblica su SoundCloud il suo “primo mixtape Nasarati, che non riesce però a raggiungere un successo stabile.

“Old Town Road”: tra critiche e successo

L’anno di svolta è 2019: scova un beat su YouTube del produttore Youg Kyo e lo compra per 30 dollari. Su quel beat costruisce “Old Town Road”, un pezzo country-trap che riporta il black cowboy nella cultura mainstream. Non può permettersi una promozione costosa, ma inizia a spingere il brano accompagnandolo a meme e a contenuti leggeri su Twitter e Tik Tok. È una strategia che ripaga. Nella primavera il pezzo diventa virale grazie al trend Yeehaw Challenge, entra nella Billboard Hot 100 e allo stesso tempo nella classifica Hot Country Songs.

Sono traguardi che permettono a Lil Nas di ricevere una proposta di contratto dalla Columbia, ma allo stesso tempo lo espongono a forti critiche. Una parte del pubblico rifiuta l’appartenenza del brano al genere country e Billboard lo rimuove dalla classifica delle Hot Country Songs. Senza sapere che la polemica in realtà farà poi la fortuna del brano: proprio sulla scorta di queste critiche, “Old Town Road” riceve l’endorsement di Billy Ray Cyrus, star del country nonché padre di Miley Cirus, che non si limita solo a spendere buone parole per Lil Nas. Firma infatti il remix definitivo del brano e partecipa alle riprese del video. Il resto lo conosciamo tutti: “Old Town Road” colonizza le radio di mezzo mondo per metà anno, arriva in prima posizione nella Billboard Hot 100, ci rimane per 19 settimane, diventa il brano più certificato nella storia americana.

Il coming out

Sempre nel 2019, mentre affronta (e supera) l’ansia di essere un one-hit wonder, durante il World Pride Day e il cinquantesimo anniversario dei moti di Stonewall, Lil Nas X dichiara la sua omosessualità. Con una serie di tweet, chiarisce il significato dietro all’ultimo brano del suo EP 7, “C7osure (You Like)”, in cui confessa di voler lasciarsi alle spalle la paura e abbracciare una più autentica espressione di sé. Non è il primo artista della scena rap e hip hop a fare coming out, è però il primo a farlo con una visibilità così ampia e in maniera sfrontata, rifiutando di sottomettersi all’omofobia del settore o al disprezzo di una parte del pubblico, accogliendo senza edulcorazioni l’immaginario queer e l’estetica gender-fluid.

Il suo ultimo singolo: “Montero (Call Me By Your Name)”

Orgoglio e sfrontatezza sono anche le due caratteristiche del progetto “Montero (Call Me By Your Name)”, che già dal titolo unisce esperienza personale a cultura queer. Il singolo, di nuovo breve (supera di poco i due minuti), viene accompagnato da un video che ha già fatto storia nella rappresentazione queer mainstream. In un climax di riferimenti biblici che culmina nell’iconica scena della lap dance negli inferi, Nas ribalta i discorsi omofobi radicati nel pensiero religioso e si autoincorona nuovo Lucifero, libero dal terrore del giudizio e pronto a esprimere pienamente la propria identità.

La novità di Nas sta tutta nella volontà di farsi rappresentate tenace della queerness, una volontà che emerge chiara nella nota che Nas dedica al se stesso quattordicenne:

“So che abbiamo promesso di non fare mai coming out pubblicamente, so che abbiamo promesso di non diventare mai “quel” tipo di persona gay, so che abbiamo promesso di morire con quel segreto, ma questo aprirà le porte a molte altre persone queer per semplicemente esistere. Vedi, mi spaventa molto. La gente sarà arrabbiata, mi diranno che sto forzando le persone ad accettare i miei programmi. Ma la verità è che lo sto facendo. Sto forzando il programma di lasciare la gente fuori dalla cazzo di vita degli altri e smetterla di dettare chi dovrebbero essere. Ti mando amore dal futuro.”

Lil Nas X

È il passaggio dalla fase dell’autocoscienza e quella dell’orgoglio che va oltre il proprio orientamento sessuale e che si esprime in tutto lo spazio e l’immaginario occupato da Lil Nas X: che si tratti di ballare la pole dance sui tacchi, di rispondere a tono ai commenti insensati e omofobi di rabbini ortodossi o cattolici conservatori, o di limonare Dominic Fike nell’ultimo video alluncinato e psichedelico dei Brockhampton, “Count on Me”.

Siamo lontani dai tempi in cui gli artisti gay affermati erano costretti a rimanere chiusi nel proprio armadio, continuare a cantare di donne o mantenere i riferimenti al proprio orientamento lontani dalla sfera artistica. Siamo davanti invece al nuovo modello di artista queer, abile nel muoversi in un mercato le cui logiche di produzione e visibilità sono cambiate rapidamente negli ultimi anni. Che non si lascia intimorire dalla perdita di seguito e popolarità. Capace di utilizzare l’ironia come arma dissacrante. Di unire nella propria rappresentazione profondità di esperienza emotiva e senso di appartenenza. E per questo, il mio io diciassettenne esulta fragorosamente di gioia.

Vuoi ascoltare le canzoni di Lil Nas X? Puoi ascoltarle sul profilo Spotify del MiX.

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Italia, 2021: vogliamo vedere un altro film https://mixfestival.eu/italia-2021-vogliamo-vedere-un-altro-film/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=italia-2021-vogliamo-vedere-un-altro-film Wed, 07 Apr 2021 05:07:01 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5694 Ogni giorno nel nostro paese un uomo omosessuale si alza e sa che deve correre più velocemente del branco che lo prenderà a sassate. Dovrà baciare il suo ragazzo più velocemente dell’uomo della metropolitana che attraverserà i binari per dargli dei pugni in faccia.  Ogni giorno nel nostro paese una donna lesbica si alza e si accorge che non può...

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Aggressione omofoba a Roma

Ogni giorno nel nostro paese un uomo omosessuale si alza e sa che deve correre più velocemente del branco che lo prenderà a sassate. Dovrà baciare il suo ragazzo più velocemente dell’uomo della metropolitana che attraverserà i binari per dargli dei pugni in faccia

Ogni giorno nel nostro paese una donna lesbica si alza e si accorge che non può fare un acquisto online tra privati come chiunque altro, perché nei suoi confronti il venditore si sentirà libero di minacciarla di spaccarle la faccia e darle della “fallita, malata mentale, ebrea” (come se  essere ebrea, malata mentalmente o fallita fossero insulti, peraltro). Dovrà assumersi il rischio di indossare gli abiti che le piacciono di più, perché un passante potrebbe darle un pugno in faccia e sul costato solamente perché non condivide i suoi gusti in fatto di abbigliamento.

Ogni giorno nel nostro paese un ragazzo trans si alza e sa che dovrà scappare non solo dalla propria famiglia, ma anche dai servizi sociali che dovrebbero accoglierlo nella comunità per minori fatta apposta per chi viene allontanat* dalla famiglia. Però sa anche che non sarà facile trovare una casa perché l’essere trans offende le persone anziane, anche se le persone trans, a quelle anziane, non hanno fatto proprio niente. 

Ogni sera nel nostro paese una donna trans si prepara per uscire e sa che se andrà a bere in un locale, qualcuno potrebbe prenderla a schiaffi e lanciarle sedie

Il prezzo del biglietto

Potremmo continuare all’infinito, ma ci siamo stufat* di vedere questo film. È sempre uguale, sempre ugualmente insopportabile, sappiamo già come va a finire: che anche quando l’assassino viene scoperto, la passa liscia. Forse perché non era il maggiordomo, bensì il padrone. 

Il prezzo del biglietto di questo film lo stanno pagando le persone LGBTQ+, involontarie protagoniste di una sceneggiatura scritta da altri. Ma sappiamo bene che i film hanno il potere di trasformare i cuori e le menti delle persone e oggi, dopo più di vent’anni, il Senato della Repubblica può e deve cambiare la sceneggiatura, approvando senza indugio e soprattutto senza modifiche la proposta di legge Zan contro omolesbobitransfobia, misoginia e abilismo. 

La proposta di legge Zan

La proposta di legge Zan punisce con una aggravante penale gli atti omofobi, misogini e abilisti, ma questa nuova sceneggiatura non sarebbe solo un crime. Sarebbe anche una storia di formazione, perché la pdl contiene anche norme costruttive quali

  • la promozione sui territori di case rifugio per vittime di violenza omolesbobitrasfobica;
  • politiche attive per rimuovere le discriminazioni;
  • l’istituzione della giornata nazionale contro l’omolesbobitransfobia.

Sarebbe un film con ottime recensioni. Aspettiamo con trepidazione dunque oggi, quando nella writers room dell’ufficio di presidenza della Commissione Giustizia del Senato si deciderà se e quando incardinare la discussione all’interno della Commissione

La proposta di legge regionale

Questo film potrebbe essere avere un sequel, magari a puntate: è quello che chiedono i/le quasi 7000 lombard* che hanno firmato la petizione per una legge regionale per il contrasto all’omolesbobitransfobia. Una legge regionale non può e non deve modificare le norme penali, ma può e deve introdurre politiche attive che rimuovano le discriminazioni contro le persone LGBTQ+ e che promuovano una cultura di rispetto e misure di sostegno in nostro favore. 

L’eguaglianza non consiste nel trattare tutte le situazioni allo stesso modo: situazioni diverse vanno trattate in modo diverso. La pdl in questione introduce

  • incentivi sul lavoro (sì, le persone visibilmente queer hanno meno possibilità di trovare lavoro);
  • formazione del personale della pubblica amministrazione (sì, ci sono ancora dipendenti pubblici che non sanno come rivolgersi alle persone trans);
  • percorsi educativi nelle scuole (sì, i ragazzi e le ragazze queer vengono bullizzat* per il solo fatto di esistere, talvolta anche da parte del personale scolastico; e questo non aiuta certo a crescere in modo sereno);
  • sostegno economico agli eventi LGBTQ+, come per esempio al nostro Festival e gli altri festival di cinema e cultura queer, che ci aiuterebbero a raggiungere sempre più persone e diventare sempre di più un luogo dove si fa comunità e cultura a vantaggio di tutt*.

L’omolesbobitransfobia non è solo un problema delle persone LGBTQ+: è un problema della nostra società

La discussione sulla pdl Nanni non è stata nemmeno ancora calendarizzata. Ma non si dica che le priorità ora sono altre, perché il gioco di spostare l’attenzione sempre su altro non giova a nessun*, e anzi crea sempre più divisioni, conflitti e isolamento. E di stare in isolamento non ce la facciamo più, non ce la facevamo più già prima della pandemia.

Nel finale del film che vogliamo vedere, nel nostro paese e nella nostra regione un* giovane queer si alza e non ha bisogno di avere paura di esistere.

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Tommaso Zorzi, l’alimentazione equilibrata e i diritti LGBTQ+ https://mixfestival.eu/tommaso-zorzi-lalimentazione-equilibrata-e-i-diritti-lgbtq/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=tommaso-zorzi-lalimentazione-equilibrata-e-i-diritti-lgbtq Wed, 31 Mar 2021 08:42:00 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5676 Più di 30 anni fa lo scrittore Aldo Busi, ospite del Maurizio Costanzo Show, rivendicava il suo diritto ad essere se stesso senza dimostrarsi compiacente o rassicurante verso nessuno e arrivando persino a fare un orgoglioso elenco delle malattie veneree che nel corso della sua vivace vita sessuale aveva preso. Certamente un po’ disturbante per il pubblico tv dell’Italia di allora, ma il messaggio era, a mio avviso, molto chiaro: non gli...

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Più di 30 anni fa lo scrittore Aldo Busi, ospite del Maurizio Costanzo Show, rivendicava il suo diritto ad essere se stesso senza dimostrarsi compiacente o rassicurante verso nessuno e arrivando persino a fare un orgoglioso elenco delle malattie veneree che nel corso della sua vivace vita sessuale aveva preso. Certamente un po’ disturbante per il pubblico tv dell’Italia di allora, ma il messaggio era, a mio avviso, molto chiaro: non gli chiedeva l’approvazione e non ne cercava la pietà, quindi non doveva scusarsi di nulla.

Il messaggio fu recepito bene anche da me, adolescente gay della profonda provincia italiana: “Ragazzo, tieni il mento bene in alto e sii orgoglioso di te stesso!”

Circa una settimana fa, sempre al Costanzo Show, tra gli e le ospiti della serata erano present* Giorgia Meloni e Tommaso Zorzi.

Chi è Tommaso Zorzi?

Tommaso Zorzi

Zorzi è un noto influencer originario di Milano con alle spalle studi in Economia e Business Management a Londra. È diventato famoso dopo aver partecipato al reality show “#Riccanza”, dedicato ai giovani e alle giovani più ricch* d’Italia. Dopo varie ospitate tv ha recentemente partecipato e vinto al “Grande Fratello Vip”.

Zorzi e il pudore nella televisione italiana

Zorzi ha conquistato il pubblico della trasmissione con il suo umorismo e la sua spontaneità, durante la quale non si è mai fatto problemi a manifestare pubblicamente i suoi bisogni, come quando avrebbe detto in diretta televisiva: “Ho voglia di cazzo”. Ora se l’ha detto non c’è nessun problema: noi lo sappiamo bene che non c’è nulla di male. Puoi aver voglia di bistecca e lo comunichi a chi ti è vicino, che magari qualcuno ti porge il piatto. Puoi aver voglia di patate e lo dici senza filtri. Puoi avere voglia di salame e, giustamente, lo comunichi perché, forse, qualcuno nei paraggi te lo offre.

In fondo, la televisione italiana – prima la commerciale, poi anche quella di Stato – da 40 anni a questa parte non ha fatto altro che solleticare le voglie dei maschi etero con balletti succinti di ragazze spesso appena maggiorenni, basta pensare alle soubrette de “Il Bagaglino”, di “Striscia la notizia” o alle Letterine di “Passaparola”. Certamente, milioni di uomini, seduti comodamente sul divano di casa propria avranno pensato: “Ho voglia di fica” in presenza delle loro mogli, amanti, figlie e/o amiche, le quali, suppongo, si sarebbero sentite umanamente vicine a una manifestazione così spontanea di un bisogno che è appunto primario, legittimo e del tutto naturale; non è vero?

Seguendo la stessa logica non c’è nulla di male se Zorzi, rinchiuso in uno studio televisivo che tenta di replicare uno spazio abitativo e che gioca sullo sfinimento psicologico dei partecipanti al fine di video-registrare questa o quella “perla” di saggezza, ha detto che ha voglia di cazzo.

Le mancanze di Zorzi

Ora se la voglia e il bisogno di cazzo sono legittimi (e lo sono ovviamente) come quella di bistecca, Zorzi dovrebbe capire che è anche importante il contorno, altrimenti quella bistecca può diventare indigesta. Del resto, i tedeschi, grandi mangiatori di wurstel, da secoli affiancano al loro piatto nazionale i crauti perché facilitano la digestione e stimolano il microbiota…

I crauti che forse mancano nel piatto di Zorzi sono la consapevolezza di quello che è e la responsabilità che probabilmente dovrebbe sentire, in quanto personaggio pubblico dichiaratamente gay, verso la sua comunità quando compare sul medium di massa per eccellenza che è la televisione, come detto da Pasolini nel 1971.

La gabbia dello stereotipo gay nella televisione italiana

Zorzi quando si è trovato in presenza di Giorgia Meloni al Costanzo Show, invece che cantare con lei sul palco, avrebbe dovuto usare la grande popolarità di cui gode al momento per farsi portavoce delle istanze di tutta la comunità in un momento cruciale come questo in cui la proposta di legge Zan contro l’omofobia, la misoginia e l’abilismo è arenata al Senato. Avrebbe dovuto farlo per la comunità a cui appartiene e, a mio avviso, anche per se stesso, al fine di sottolineare che forse non è disposto a incarnare solo lo stereotipo del gay carino, divertente, simpatico, rassicurante e talvolta irriverente come avrebbe fatto nella trasmissione “Le Iene” di due settimane fa dove, tra l’altro, siamo venuti a conoscenza del fatto che è imminente l’arrivo sul mercato di una linea di vibratori di cui è il designer. 

Zorzi non l’ha fatto perché, come molti gay del nostro paese, probabilmente non si vuole bene.  Come molti gay di questo paese forse crede di dover stare al suo posto, un posto che al momento è per lui certamente ben retribuito come del resto erano anche retribuiti i giullari delle corti medioevali.

Nel nostro paese è lunga la lista di personaggi pubblici gay “prêt-à-porter”. I più noti degli ultimi anni li conosciamo bene e sono tra gli ospiti più graditi nelle trasmissioni tv italiane di maggior successo. Trasmissioni in cui spesso i e le padron* di casa si ergono a paladin* dei diritti LGBTQ+ quando invece non farebbero altro che alimentare i peggiori stereotipi. Questi gay “prêt-à-porter” a volte hanno la parrucca, a volte si vestono da donna, a volte, come nel caso di Zorzi, rivendicherebbero il bisogno di cazzo, eppure sembra che abbiano difficoltà nel rivendicare con la stessa fermezza anche diritti irrinunciabili come quello di avere una legge che li tuteli da attacchi omofobi.

Il privilegio di Zorzi

Zorzi forse non capisce che le sue sacrosante voglie potrebbero anche mettere a rischio la sua vita come è successo a quei ragazzi aggrediti nella metro di Roma; ma il punto è che lui è un privilegiato perché è ricco, perché è una star tv e magari dopo quella puntata del Costanzo Show sarà anche andato a cena con “la Giorgia” e lei con fare confidenziale gli avrà sussurrato di quanto è simpatico il suo parrucchiere gay.

Tommaso Zorzi per “#Riccanza”.

Del resto anche nel film “Caterina va in citta” (Paolo Virzì, 2003) si parla di una società che non si divide più tra chi vota destra o sinistra, tra chi crede in questi o quei diritti quanto piuttosto in base al reddito, in base alla scelta del quartiere in cui abitare e alla meta della prossima vacanza: è assai probabile che Zorzi si ritroverà al fianco dell’ombrellone della Santanche il prossimo agosto.

Due problemi di rappresentazione

Ma il problema è rappresentato da chi, come pare faccia Zorzi, non ha interesse ad affrancarsi da un certo tipo di immagine stereotipata e non ha interesse a rivendicare con fermezza i propri diritti, oppure è rappresentato dalla televisione italiana che è la più grande industria produttrice di cultura mainstream del nostro paese?

I protagonisti sembrano cambiare ma in realtà è in atto una costante replicazione dell’immagine dello stesso personaggio gay, anche se declinata in colori diversi, un po’ come ha fatto Andy Warrol con la produzione ossessiva dello stesso fotogramma di star come Marilyn Monroe:  

“Nella fissità di un’immagine che replica all’infinito la vacuità di una vita di celluloide, forse Marilyn cerca sé stessa, senza trovarsi mai”

Andy Warrol

C’è da chiedersi se siamo le vittime o i primi carnefici di noi stessi…

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Jean Peters, la Marilyn corvina https://mixfestival.eu/jean-peters-la-marilyn-corvina/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=jean-peters-la-marilyn-corvina Wed, 24 Mar 2021 08:11:14 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5658 Buona parte dei cinefili sostiene che la risposta bruna all’ossigenata Marilyn Monroe sia Jane Russell. Certo, nulla di più lapalissiano, se pensiamo all’effervescenza di “Gli uomini preferiscono le bionde” o a “Gli uomini sposano le brune”, sequel sfortunato (e bruttino) uscito in sordina un paio d’anni dopo il predecessore hawksiano. Esiste però un altro nome che, quatto quatto, potrebbe gareggiare...

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Buona parte dei cinefili sostiene che la risposta bruna all’ossigenata Marilyn Monroe sia Jane Russell. Certo, nulla di più lapalissiano, se pensiamo all’effervescenza di “Gli uomini preferiscono le bionde” o a “Gli uomini sposano le brune”, sequel sfortunato (e bruttino) uscito in sordina un paio d’anni dopo il predecessore hawksiano. Esiste però un altro nome che, quatto quatto, potrebbe gareggiare come contraltare perfetto di «dea» bionda Norma Jeane, quello della corvina Jean Peters.

Un sogno non ricercato

Nata il 15 ottobre 1926 e cresciuta in una famiglia di modeste origini dell’Ohio, dopo il diploma scolastico s’iscrisse all’Università del Michigan, con l’intento di diventare insegnante di letteratura. Ma lo sbarco a Hollywood era in agguato: nel 1945 vinse il concorso di bellezza Miss Ohio, complice un amico che inviò alla giuria alcuni suoi scatti. Il premio consisteva in un viaggio a Los Angeles con tanto di provino presso gli studi della 20th Century Fox. Un sogno non ricercato, ma perché non sfruttarlo?

L’avvio della carriera di Peters

Dopo aver convinto il potente Darryl F. Zanuck, capo dei capi della major, il cammino attoriale di Peters finalmente iniziò. Il debutto avviene nel 1947, accanto al sex symbol Tyrone Power, in “Il capitano di Castiglia” di Henry King. Il film riscuote un discreto margine al botteghino e la sua carriera comincia pian piano a ingranare, ottenendo buoni riscontri di critica e pubblico nei titoli successivi: diventa abile spadaccina in “La regina dei pirati” (1951, di Jacques Tourneur); Josefa, consorte di Emiliano Zapata alias Marlon Brando in “Viva Zapata!” (1952, di Elia Kazan); sorella di una malata Anne Baxter in “L’ultima foglia”, terzo dei cinque episodi che compongono “La giostra umana”(1952, di Howard Hawks). 

“Mano pericolosa”, la sua prova migliore

Nel 1953, mentre Peters si scambiava confidenze con Joseph Cotten e Marilyn Monroe sul set di “Niagara”, Samuel Fuller stava organizzando le riprese di un film, che si rivelerà uno dei massimi capolavori del noir di serie B, “Mano pericolosa”, e gli occorreva un volto per il personaggio di Candy, ex amante di un piccolo criminale invischiato in intrighi spionistici. Il regista, dopo diversi provini (con la decisione sicura di scritturare Marilyn), vide passeggiare per puro caso Peters nei pressi degli studi: rimase talmente folgorato dal suo «bollente» ancheggiamento che, alla fine, il ruolo lo affidò a lei. Sarà la sua prova migliore, assieme al dimenticato “Hanno ucciso Vicki”, girato lo stesso anno.

Trailer di “Mano Pericolosa”

Di indole morigerata

Ma Peters, in verità, non rappresentava solo l’ennesima pin-up dotata di forme invidiabili connesse a un bel visino e, sicuramente, a un carisma affabile. La sua spietata sinuosità, il suo sguardo contrappuntato da malizie tormentate, erano in realtà intrisi da un’indole morigerata. Raymond Strait, in “Mrs. Howard Hughes” (libello di quart’ordine pubblicato nel 1970, unica fonte bibliografica sulla vita di Peters, ma tant’è), racconta che al di là dello schermo, l’attrice soffriva di eccessiva timidezza, talvolta sospinta ai margini della patologia. Insomma, non è una novità il «nulla è ciò che appare» propugnato dagli intriganti tentacoli della macchina cinematografica. Ovvietà, d’accordo. Però quello che non ha permesso a Peters di diventare una star ai livelli sacri, appunto, di Marilyn Monroe, Ava Gardner o Grace Kelly, era che considerava il proprio mestiere di attrice (non di diva, sia chiaro) come puro e semplice gioco. Scevra da inutili competizioni con colleghe e totalmente distante dal rischio di cadere nella rete in cui molte di queste rimasero impigliate, ovvero quella di (con)fondere set e realtà fino a diventare caricatura di se stesse, seppur consacrate all’immortalità ma schiacciate dal peso del glamour (vedi Joan Crawford o Mae West). L’unica rete che l’accalappiò fu quella del potente Howard Hughes, un amore che pagò a caro prezzo.

Il ritiro dalle scene

Dopo “Mano pericolosa”, la ritroviamo giusto una manciata di titoli in cui funge perlopiù da deuteragonista o da pura comprimaria (“Tre soldi nella fontana”, “L’ultimo apache”, “La lancia che uccide”, “A Man Called Peter”). Con appena 19 film all’attivo, Peters si ritirò dalle scene nel 1957 per sposare appunto Hughes, finendo così prigioniera, e al contempo unica regina (come affermerà lei stessa), di un regno votato all’insofferenza: a causa della megalomania (risaputa) del marito dovette abbandonare la recitazione e interrompere ogni rapporto d’amicizia coltivato fino a quel momento sui set. Una gabbia dorata che verrà «aperta» sono nel 1971, alla fine della loro unione (lei si risposerà dopo pochi mesi col produttore Stan Hough), riservando ai cocci del matrimonio appena infranto l’elegante discrezione che l’ha sempre contraddistinta:

«È stata e sarà sempre una questione sulla quale non ho nulla da dire»

Jean Peters

Colpita in seguito da leucemia, Peters ci lascia il 13 ottobre 2000, due giorni prima del suo 74° compleanno. 

E così, con una breve ma intensa carriera cinematografica, ricca di gioie, scommesse, paure e tribolazioni, risulterebbe tremendamente semplicistico ricondurre la sua figura unicamente a risposta bruna di Marilyn. Avrebbe meritato qualcosa di più rispetto alla volgare etichetta erotica affibbiatale dal gossip becero e da una critica distratta. Ma d’altronde, «That’s Entertainment».

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Qualcuno pensi ai bambini! https://mixfestival.eu/qualcuno-pensi-ai-bambini/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=qualcuno-pensi-ai-bambini https://mixfestival.eu/qualcuno-pensi-ai-bambini/#respond Tue, 16 Mar 2021 09:23:04 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5611 Chi non ha mai sentito parlare del famigerato “indottrinamento gender dei bambini”? Eppure è questo il nemico invisibile – e del tutto inventato – a cui viene fornito un nome appositamente in lingua straniera per aumentare la preoccupazione dei genitori verso qualsiasi contenuto per bambini e bambine che possa essere maggiormente inclusivo o diminuire le differenze di genere. Un caso...

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Chi non ha mai sentito parlare del famigerato “indottrinamento gender dei bambini”? Eppure è questo il nemico invisibile – e del tutto inventato – a cui viene fornito un nome appositamente in lingua straniera per aumentare la preoccupazione dei genitori verso qualsiasi contenuto per bambini e bambine che possa essere maggiormente inclusivo o diminuire le differenze di genere.

Un caso particolarmente eclatante è avvenuto nel 2015, quando il sindaco di Venezia mise al bando una lista di 49 libri dalle scuole dell’infanzia ed elementari della città. Libri come “piccolo blu e piccolo giallo” di Leo Lionni – colpevole di aver generato dall’amicizia dei protagonisti che danno il nome al libro un “piccolo verde” e a catena una serie di mescolanze cromatiche insegnandoci che la valorizzazione delle differenze si può coniugare con un trattamento equo nei confronti di tutt* – sono stati letti con la lente d’ingrandimento complottista che vede solo ciò che vuole: un’ottica che riduce il significato della totalità dei testi.

Nonostante i numerosi sforzi delle crociate anti-gender, il mondo culturale sta producendo sempre più contenuti che non fingono più che certe realtà – come quella LGBTQIA+ – non esistano. E questo avviene anche nei cartoni animati. In Italia, uno tra i paesi principali di importazione dei cartoni giapponesi anime, negli anni le censure sono state numerose, ma ora è giunto il momento per le nuove generazioni di non essere tenute all’oscuro e per noi di vedere finalmente sullo schermo televisivo quell’amore tra Michiru e Haruka, Sailor Neptune e Sailor Uranus, soffocato durante gli anni ’90.

Cartoon Network e Rebecca Sugar: il coraggio di rappresentare

Molteplici case di produzione di cartoni animati hanno aperto le porte a rappresentazioni inedite della comunità LGBTQIA+ e ne hanno fatto un vanto. Se per alcuni episodi si potrebbe trattare di rainbow washing o di tentativi di appropriarsi di risultati di lotte mai combattute per capitalizzarle, questo non è il caso di Cartoon Network.

Marceline e Gommarosa

Un’avventura lunga 8 anni

Nel 2010 Rebecca Sugar, bisessuale e non-binary, entra a far parte della squadra della serie “Adventure Time” e inizia a lavorare per fare in modo che vi sia una maggiore rappresentazione di personaggi LGBTQIA+ in contenuti per un pubblico di ogni età, tra cui i cartoni animati. Ci riesce: nel 2018 le personagge Marceline e Gommarosa vengono confermate come coppia lesbica nella puntata “Vieni insieme a me”.

Dai margini al mainstream

Ma il suo lavoro di “portare storie LGBT dai margini al mainstream” non si ferma. Nel 2013 nasce “Steven Universe”. Il cartone si concentra sulla bisessualità, sull’attrazione tra persone dello stesso sesso, traumi e consenso. Questo lo rende complesso ma unico nel suo genere. Tra i personaggi da citare ci sono Garnet nata dall’amore tra due gemme, Rubino e Zaffiro, che si presentano come soggetti femminili; Stevonnie, ossia la fusione tra il protagonista Steven e la sua migliore amica Connie, non-binary e intersessuale; Perla, la fedele spadaccina innamorata della sua capitana Quarzo Rosa; e Flourite, rappresentazione del poliamore. Magico è il momento delle nozze tra Rubino e Zaffiro, trasmesso in Italia a novembre 2018, e che ha meritato il premio Outstanding Kids & Family Programming al 30simo GLAAD Media Awards che celebra la rappresentazione della comunità LGBTQIA+ da parte dei media.

Il matrimonio tra Rubino e Zaffiro

Rebecca Sugar venne in Italia a Lucca Comics & Games nel 2019 in occasione della prima italiana di “Steven Universe: il film” e al ringraziamento da parte del pubblico per aver portato alla luce e aver messo al centro personaggi e personagge LGBTQIA+ rispose:

“Questo tipo di lavoro ve lo meritavate già dieci, vent’anni fa!”

Disney: a piccoli, timidi passi

Situazione diversa è quella di Disney. Nei suoi lungometraggi animati possiamo trovare indizi, strizzate d’occhio o ispirazioni al mondo queer, senza che queste vengano effettivamente approfondite. Spesso ci ritroviamo davanti a personaggi macchietta, come l’adorante Le Tont del prestante Gaston ne “La Bella e la Bestia” (ormai inteso canonicamente omosessuale dopo l’omonimo film del 2017), oppure la comunità LGBTQIA+ viene associata alle personalità cattive della scena, come la strega del mare Ursula ispirata alla leggendaria drag queen Divine ne “La Sirenetta”

Nel più recente “Onward – Oltre la magia” appare la poliziotta lesbica o bisessuale Specter che non nasconde di avere una compagna. Non si può non ammettere che sia un inizio di qualcosa, ma è ancora una rappresentazione troppo lontana dal centro.

I papà di Viola

“Sono con papà”

“Ducktales” invece va nella direzione giusta, soprattutto considerando la presa di posizione dello sceneggiatore e co-produttore esecutivo Frank Angones che ha specificato che non si tratta di un escamotage di rainbow washing ma di volontà di realizzare un mondo ricco e variegato come quello nella realtà. Nell’episodio “Challenge of the Senior Junior Woodchucks!” l’amica Viola di Qui, nei panni di Giovane Marmotta, viene sostenuta durante una competizione tra scout dai suoi due padri, riconoscibili per le loro magliette con delle frecce che indicano il rispettivo compagno e le scritte “Sono con papà”.

Non ci sono spiegazioni eterosessuali per tutto questo

Lo stesso si può dire della serie “The Owl House – Aspirante strega” che mette in scena il timore adolescenziale della strega Amity di dichiarare il proprio amore alla protagonista della serie Luz. La sceneggiatrice bisessuale Dana Terrace, condividendo su Twitter un’immagine dell’episodio “Wing it like witches”, rispose a un commento esplicitando che non ci fosse una spiegazione eterosessuale per quello che stava accadendo sullo schermo.
Entrambi i cartoni animati sono stati nominati dai 32simi GLAAD Media Awards per le categorie Outstanding’s Children Programming e Outstanding Kids & Family programming.

Luz e Amity

I sogni son desideri…

L’apertura alla rappresentazione LGBTQIA+ da parte di grandi case di produzione di cartoni animati è evidente ma una domanda sorge spontanea: quando vedremo sul grande schermo protagonist* dichiaratamente parte della comunità in lungometraggi animati?
Insomma, qualcun* pensi davvero a bambini, bambine e bambin*!

Conosci altri cartoni animati con personagg* LGBTQIA+? Scrivici sui social!

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SIC… et simpliciter https://mixfestival.eu/sic-et-simpliciter/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sic-et-simpliciter Sun, 14 Mar 2021 09:35:45 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5655 Ho letto esterrefatta l’articolo del Prof. Paolo Ercolani sul degrado della sinistra italiana pubblicato il 10 marzo su “il Fatto Quotidiano”. Dire cosa mi ha dato più fastidio è difficile e quindi, cercando nella società sub-umana (ovvero Google – cito liberamente dal titolo di un libro di Ercolani),  ho provato a capire quale fosse il suo orientamento politico perché per...

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Ho letto esterrefatta l’articolo del Prof. Paolo Ercolani sul degrado della sinistra italiana pubblicato il 10 marzo su “il Fatto Quotidiano”.

Dire cosa mi ha dato più fastidio è difficile e quindi, cercando nella società sub-umana (ovvero Google – cito liberamente dal titolo di un libro di Ercolani),  ho provato a capire quale fosse il suo orientamento politico perché per me – e spero per tanti e tante – avere un orientamento di destra o sinistra fa ancora la differenza. Quello che ho trovato è controverso: dalla collaborazione con l’Espresso agli articoli a lui favorevoli di una testata come “il Resto del Carlino”, quando il Prof. Ercolani ha fatto ricorso (perdendo) al TAR per non aver vinto il concorso come ricercatore all’Università di Urbino. 

Una cosa è certa…

Sospetto fortemente però che, di sinistra o di destra, il Prof. Ercolani è un sessista e un omofobo. Solo un maschio eterosessuale bianco (mi scuso per questo “outing” sulle sue preferenze sessuali) poteva irridere alla questione “direttore/direttrice” scatenata dalle incaute parole di Beatrice Venezi. Definire in maniera irriverente “dubbio amletico” una becera esternazione di sessismo interiorizzato, non solo è dimostrazione di un livello di sessismo ormai inconcepibile nel 2021 ma rappresenta anche la cancellazione di anni di lotta e di approfondimenti filosofici, sintattici e semantici portati avanti da ben più blasonate rappresentanti della sua categoria professionale.

E non basta aver scritto “Contro le donne. Storia e critica del più antico pregiudizio”.  O magari basta: anche se il Prof. Ercolani in uno dei suoi profili lo auto-considera tra i libri “di rilievo nazionale e internazionale”, confesso di non averlo letto e di certo non lo leggerò in base a un principio per me rilevante: “la parola sulle donne alle donne” (anche se di Beatrice Venezi ce ne sono ancora troppe!). Faccio ovviamente delle eccezioni per quei (pochi) illuminati uomini che parlano di donne perché si confrontano costantemente con loro ma, vedendo la composizione quasi “all-men” (una sola donna su 18 fondatori) del suo osservatorio filosofico “Filosofia in movimento”, ho l’impressione che non sia proprio il suo caso.

Perché quel “sic”?

Sarei poi lieta di approfondire il significato di “(sic)” in una delle frasi dell’articolo: “… sull’altissimo valore simbolico e perfino culturale (sic) delle esibizioni gender-fluid messe in campo da un Festival di Sanremo …”. Non serve (o forse sì?) rivedere sul vocabolario cosa significa inserire “(sic)” dopo un aggettivo come “culturale”. Per quel “(sic)” il sospetto  che il Prof. Ercolani sia sicuramente omofobo aumenta e di molto. Sono però perplessa sul motivo preciso per cui l’ha utilizzato: non ha gradito quelle particolari “esibizioni” (altra parola il cui utilizzo porterebbe a opportune riflessioni) presupponendo di avere qualità di alto conoscitore del genere musicale e performativo o non ritiene tutte le “esibizioni” gender-fluid di valore culturale? Sta negando in toto il grande contributo dato alla cultura italiana dalla comunità LGBTQ+ negli ultimi secoli (facciamo anche gli ultimi 21 secoli!) o appartiene alla categoria “si-sa-che-in-quell’ambiente-sono-tutti-froci-ma-almeno-non-lo-dicano-in-giro-per-non-finire-massacrati-all’idroscalo-di-ostia”?

Non commento invece tutte le affermazioni fatte sulla sinistra italiana: come detto, non ho capito l’orientamento politico del Prof. Ercolani e quindi non so se sta semplicemente parlando di se stesso in terza persona – ottimo espediente per evitare di fare autocritica – o se critica qualcosa che ritiene “altro da sé”.

Per concludere, se proprio il Prof. Ercolani vuole svilire caratteristiche fisiche o professionali come i nani e le ballerine, lo inviterei per una prossima volta a usare “nane e ballerini”. Magari questo stimolerà più approfondite riflessioni in chi come Paolo Ercolani insegna (sic) filosofia alle nostre future generazioni

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Lo schermo dei corpi trans https://mixfestival.eu/lo-schermo-dei-corpi-trans/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lo-schermo-dei-corpi-trans https://mixfestival.eu/lo-schermo-dei-corpi-trans/#respond Fri, 20 Nov 2020 08:20:39 +0000 https://mixfestival.eu/?p=5557 L'articolo Lo schermo dei corpi trans proviene da Festival MIX Milano di Cinema Gay Lesbico e Queer Culture.

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Come ogni 20 novembre, anche oggi si osserva il Transgender Day of Remembrance, abbreviato in TDoR, ossia la Giornata internazionale dedicata a commemorazione di tutte le persone che sono state uccise per motivi di transfobia. Quest’anno il TDoR ci coglie con una certa emozione, poiché solo due mesi fa abbiamo dedicato l’edizione 2020 del Festival MIX Milano a Maria Paola Gaglione, giovane donna tragicamente uccisa poco più di due mesi fa dal fratello a causa della sua relazione con un ragazzo trans.

Il dibattito in Italia

L’Italia è un paese in cui la violenza contro le persone lgbtq+ è ancora quotidiana, spesso gratuita e ancora più spesso impunita. Recentemente la Camera dei Deputati ha approvato la proposta di legge Zan, una proposta di legge che estende la legge Mancino a comportamenti omolesbobitransfobici, misogini e abilisti, punendo penalmente le violenze fisiche e verbali dettate da tali pregiudizi.

Tuttavia, non stappiamo ancora quella bottiglia di champagne finché non verrà approvata anche dal Senato, cosa che non è affatto scontata. E la nostra bottiglia è già una gran riserva, dato che questa legge aspetta di essere approvata da oltre vent’anni.

Tristemente, anche in occasione delle discussioni, occorse sia in Parlamento sia nell’opinione pubblica, sul perimetro e l’applicabilità di questa legge, lo stigma nei confronti delle persone transgender nel nostro paese ha dominato il dibattito pubblico, sviando l’attenzione dal tema fondamentale sottostante i motivi di tutelare tutte le minoranze: il rispetto per l’autodeterminazione e la protezione dalla violenza operata dalla maggioranza. Ci riferiamo principalmente al dibattito, per fortuna almeno al momento sopito, agitato da chi non riconosce il concetto di identità di genere autodeterminata e ha spinto invece affinché la legge contenesse una indicazione esplicita riguardante la categoria della transessualità, concetto necessariamente parziale quando si pensa alla meraviglia caleidoscopica delle identità di genere, e soprattutto sconosciuto al linguaggio della legge.

Rappresentazioni appiattite

Il dibattito intorno alla legge Zan – soprattutto con riferimento al tema della identità di genere, ma pensiamo anche a quello della libertà di espressione – non ci ha necessariamente sorpres*. E ciò poiché, occupandoci di cinema, di narrazioni e di immaginari, sappiamo bene che la nostra società fa colazione con caffè e pregiudizi. Se la comunità, o per meglio dire le comunità, lbgtq+ vengono rappresentate nella narrazione mainstream in modo bidimensionale, appiattite all’interno di cliché familiari e rassicuranti (o spesso volutamente tragici), e raccontate solo in base a quella caratteristica che le rende diverse dalla maggioranza – il nostro essere queer, appunto – è chiaro che quel pregiudizio rimarrà sempre sullo stomaco.

Accenni di speranza

Fortunatamente il racconto attorno all’identità trans si è di recente arricchito di sfumature, ma la strada è ancora tutta in salita. Oggi ci sono divers* brav* attori e attrici trans, ma noi stiamo ancora aspettando un film il/la cui regista sia una persona trans; ed troppo facile pensare alle registe di “Matrix”!

La rappresentazione mediatica delle persone trans è tuttora stereotipata e vista dalla prospettiva di secoli di privilegio delle categorie dominanti. Come emerge dal documentario “Disclosure”, co-prodotto da Laverne Cox e diventato immediatamente un riferimento per fare una sintesi franca e onesta della rappresentazione delle persone trans nei media, pregiudizi e stereotipi si nutrono gli uni degli altri. Per esempio le donne trans sono più presenti sullo schermo rispetto agli uomini trans, con i loro corpi spettacolari, statuari, iper-sessualizzati: mercificati, perché questo continua ad essere il destino del corpo delle donne. I corpi non conformi, invece, non sono ammissibili nei film per famiglie.

È evidente che il cinema influenza la testa e il cuore di chi lo guarda, e quindi determinate narrazioni possono cambiare le vite delle persone. Le persone trans hanno ancora pochi modelli mediatici a cui ispirarsi (grazie “Pose”, continua così per favore). È disarmante vedere ancora persone trans caricaturate, disprezzate e raccontate come protagoniste solo ed esclusivamente di contesti di marginalità. Del resto, ricordiamo che purtroppo la disforia di genere è stata eliminata dal catalogo delle malattie mentali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità solo due anni fa.

Se il mondo sta cambiando, però, è anche perché lo stiamo raccontando in modo diverso da quanto fatto finora, o almeno queste sono la speranza e la finalità. Sempre più persone stanno rivendicando le proprie esistenze e prendendo la parola. Come diceva Camus, “Nominare in maniera corretta le cose è un modo per tentare di diminuire la sofferenza e il disordine che ci sono nel mondo“. Di recente è emersa una maggiore produzione di film a tematica e con protagonist* trans, con il conseguente ampliarsi della platea di spettatori e spettatrici, che ovviamente non sono solo trans. È questa l’arma più esaltante e ricca del cinema: svegliarci dal torpore, scuoterci, farci entrare in mondi nuovi, aprirci la testa e aprire il cuore all’altr*-da-sé. Mischiarci, incontrarci, riprenderci gli spazi marginali e riportarli al centro della (nostra) scena.

Qualche film passato al Festival MIX Milano

Noi del Festival MIX Milano abbiamo questo obiettivo ben chiaro, e continueremo a cercare e proporvi film che restituiscano la ricchezza e la diversità, che fuggano l’appiattimento e raccontino storie inaspettate.

Ecco una carrellata dei film (ma ci sarebbero anche molti cortometraggi) che abbiamo proposto nelle ultime cinque edizioni del nostro Festival e che raccontano mondi o personagg* transgender: se ancora non li avete visti, il consiglio è quello di recuperarli e onorare così, aprendo ancora di più gli occhi, la memoria delle tante vittime, spesso dimenticate, di un odio sempre senza senso.

2020 #LoveTogether #34FestivalMIXMilano

“Port Authority”, Danielle Lessovitz – lungometraggio

2019 #LoveRiot #33FestivalMIXMilano

“Greta”, Armando Praça – lungometraggio

“XY Chelsea”, Tim Travers Hawkins – documentario

“Un uomo con la T maiuscola”, Francesco Cicconetti – documentario

2018 #MoreLove #32FestivalMIXMilano

“Bixa Travesty”, Claudia Priscilla & Kiko Goifman – lungometraggio

“Venus”, Eisha Marjara – lungometraggio

“Marylin”, Martín Rodríguez Redondo – lungometraggio

2017 #MoreLove #31FestivalMIXMilano

“Atopos, Generi Teatranti”, Alberto Amoretti – documentario

2016 #MoreLove #30FestivalMIXMilano

“Kiki”, Sara Jordenö – lungometraggio

“La donna pipistrello”, Matteo Tortora – documentario

“Tangerine”, Sean Baker – lungometraggio

Articolo realizzato da Priscilla Robledo.

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